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Apr 10 9

Il sangue è randagio: la recensione di Maurizio Testa

Pubblicato da Alessandra Buccheri alle 10:24 in Recensioni


Oggi ospito la gradita recensione di Maurizio Testa. Maurizio, per i pochissimi che non lo sapessero, è giornalista, appassionato di gialli, scrittore, direttore del Falcone Maltese e curatore/coordinatore del Dizionario Atipico del Giallo, il volume nel quale da due anni (e presumibilmente anche per il futuro) raccogliamo il meglio del genere.

La recensione di Maurizio Testa ha particolare valore perché Maurizio i libri li legge, prima di parlarne (e d'altra parte da qualcuno avrò imparato, no?). E ad aver letto Il sangue è randagio non credo siano in tanti... La mia copia, ad esempio, giace nel mucchio in attesa di momenti migliori.

Ringrazio Maurizio per il contributo e... enjoy :)

James Ellroy
Il sangue è randagio
Mondadori
Traduzione di Giuseppe Costigliola
Pagine 864
Prezzo 24,00 euro

Il libro è impegnativo. Non si tratta infatti del solito thriller a sfondo storico/politico. È la storia stessa degli Stati Uniti alla fine degli anni ‘60 a farsi protagonista nera, oscura, crudele e misteriosa. E il lettore deve sostenere uno sforzo per orientarsi in tutto questo coacervo di vicende, connotate dai movimenti di protesta filo-comunisti, dalle questioni razziali, ma anche dall’anticomunismo e dall’anti-castrismo delle stesse istituzioni, a partire dall’FBI. Tra poliziotti corrotti e rivoluzionari criminali, si incontrano una serie di personaggi che incarnano tutte le posizioni intermedie tra il bene e il male, senza confini ben precisi, con una confusione e uno scambio di ruoli vorticoso.
Il libro è impegnativo perché queste dense 859 pagine richiedono tanta attenzione e non poca memoria. Moltissimi i personaggi che si avvicendano, tra realmente esistiti e inventati, numerose le storie tra vere e solo emblematiche, con una serie di rimandi tra tradimenti, doppi giochi, depistaggi, agenti sotto copertura, operazioni con infiltrati doppiogiochisti. Insomma una trama complessa e “popolosa”, forse ben più degli altri due romanzi (American Tabloid e Sei pezzi facili) che costituiscono con Il sangue è randagio una trilogia, come la definisce lo stesso Ellroy, della storia sotterranea dell’America.
Il libro è anche fisicamente impegnativo: sono oltre ottocento grammi, obiettivamente difficili da tenere in mano. Il sangue è randagio va letto poggiato, su un tavolo, sul bracciolo di un divano o una poltrona, sulle ginocchia o sul letto. Anche se siete disoccupati o in vacanza oppure in pensione, avendo quindi tutto il tempo a disposizione, e vi prefissate un target di 50 pagine al giorno, non ve ne basteranno 17 per finirlo. E maneggiare un tomo di otto etti per un tale periodo sarà un bell’esercizio fisico.
È fuori discussione fare anche un accenno alla trama che si presenta frammentata, che spesso scorre sotterranea per poi riaffacciarsi in superficie, affiancata com’è dalle storie dei singoli personaggi, dalla descrizione dell’atmosfera dell’epoca, dalla denuncia delle psicosi personali e dalle nevrosi sociali di quegli anni. Questo deve essere stato l’impegno più gravoso per Ellroy: non fornirci uno spaccato della società americana, ma farci entrare dentro, usando la narrazione, i documenti, i diari personali e i rapporti segreti dei servizi. Il risultato è quello di immedesimarci con le paure, il clima e la mentalità del tempo, da quella di J. Edgar Hoover, il potente capo dell’FBI fino a quella dell’ultimo (?) dei protagonisti inventati, quel fotografo guardone di Crutch Crutchfield (alter ego dello stesso Ellroy). È un mondo dove ognuno intreccia la propria vita, i propri valori e le proprie delusioni con gli avvenimenti politici, le problematiche sociali, le violenze istituzionali e quelle rivoluzionarie. Un mondo dove le efferatezze, le droghe, gli ideali, la fame di potere, il sesso, il denaro hanno ognuno il loro posto nelle vite quotidiane dei protagonisti.
Questa storia “underground”, dove sullo sfondo aleggiano gli omicidi di JFK, RFK e MLK (John Fitzgerald Kennedy, Robert Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King), è piena di poliziotti, da Wayne Tedrow, a Dwight C. Holly, da Marshall E. Bowen a Wayne T. Wayne che non sono quello che sembrano o che diventano altro da quello che erano, ma tutti accomunati da una morte violenta e improvvisa. Nemmeno il poliziotto dei poliziotti, il capo dell’FBI Hoover si salverà… Certo era malato, certo la causa del decesso è ufficialmente un infarto, ma… Questa storia è piena di “ma”, di segreti mai svelati, attraversata da versione ufficiali, diverse da quelle ufficiose e anche queste spesso ben lontano dalla realtà. Macchinazioni, operazioni segrete, piani per screditare e affossare personaggi e istituzioni per motivi politici o personali.  
E, come ci ha abituato in altri libri del genere, Ellroy entra nella storia con la potenza della sua scrittura come un carro armato che butta giù castelli di cartone, facciate finte, costruzioni di cartapesta, scoperchia impietosamente le più ripugnanti e inenarrabili nefandezze, quasi indifferente del marciume che mette a nudo.
Ma al contempo si percepisce un’empatia per le storie, quelle dei singoli, per i sentimenti che, anche se ambigui, rendono umani e credibili anche i personaggi più controversi. E poi ci sono le donne, poche ma che, alla fin fine, ci fanno la figura migliore. Donne forti che gestiscono il potere, che comandano, che sopravvivono ai protagonisti uomini, i quali invece moriranno praticamente tutti. Quelle donne che con i loro ideali spingono vicende, personaggi e movimenti nella direzione da loro voluta. Si percepisce nettamente la forza delle donne di Ellroy… quella della Dea Rossa su tutte.
Il linguaggio con cui è raccontato Il sangue è randagio è ruvido, a volte sbrigativo, un puzzle composto da documenti segreti, registrazione telefoniche, memorie, intercettazioni ambientali, insomma una storia frammentata in differenti registri narrativi  che gli appassionati di Ellroy conoscono bene, ma dove trovano sempre più spazio anche esperimenti linguistici originali. Non si tratta di slang, siamo piuttosto nel campo dell’espressione onomatopeica, nella traduzione italiana resa con delle reiterazioni delle vocali nella stessa parola. L’effetto? “Mooooltoooo” simile a quella specie dell’ululato che oramai è divenuto abituale nelle conferenze stampa dello scrittore americano. E James il sangue di un randagio lo ha da sempre.

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Mar 0931

Danila Comastri Montanari, Terrore

Pubblicato da Alessandra Buccheri alle 15:30 in Conversazioni, Recensioni


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Danila Comastri Montanari
Terrore
Mondadori
Pagine 348
Prezzo 18,00 euro

Ne abbiamo parlato con l'autrice:

Danila Comastri Montanari, per sua definizione “scrittrice di professione, ovvero artigiana della narrativa”, ha creato la figura dell’investigatore Publio Aurelio Stazio, senatore, protagonista di una fortunata serie di gialli ambientati nell’antica Roma. Più di recente l’interesse si è spostato verso un periodo storico diverso, quello della Rivoluzione francese. In Terrore (Mondadori, 2008), ambientato in una Parigi allo stremo per la fame, mentre gli eserciti stranieri minacciano l’invasione e nelle province ribelli infuria la guerra civile, un misterioso agente monarchico stermina i capi giacobini e li decapita come se fossero stati giustiziati sulla ghigliottina,  nascondendone le teste mozze nei luoghi più sacri alla mistica rivoluzionaria; a dargli la caccia è un commissario repubblicano, Etienne Verneuil, risoluto ad impedire all’assassino di diventare un eroe agli occhi di coloro che ancora si oppongono al processo rivoluzionario.    

AB - Il tuo ultimo libro è “Terrore”, un thriller ambientato nel periodo più duro e spietato della rivoluzione francese. Come nasce?
DCM - Si tratta di un romanzo che da tempo desideravo scrivere: è un poliziesco in piena regola,  ma anche un omaggio all’ostinato eroismo della città di Parigi, che, resistendo impavida, riuscì a consegnare alla storia i diritti dell’uomo e del cittadino. Infine, è un timido tentativo di rendere giustizia a Robespierre e Saint-Just, come parziale riparazione per la tanta fiction che li bistratta, esaltando nel contempo personaggi ben più crudeli, disonesti e sanguinari di loro.    

Il resto (e molto di più) sul Dizionario Atipico del Giallo.

La videointervista all'autrice e il primo capitolo del romanzo sul sito dell'editore.

E infine la puntuale recensione di Daniele, libraio della Libreria Fahrenheit 451 di Quarrata (Pistoia). Lo trovate anche su FaceBook.

Parigi, annus horribilis 1793: esauriti gli entusiasmi rivoluzionari, per sopravvivere alle pressioni interne ed ai nemici esterni, la giovane repubblica francese si è trasformata in un’autocrazia sanguinaria. La Rivoluzione si dibatte in grave difficoltà, stretta tra nemici interni ed esterni: la Vandea è in fiamme, Lione insorge, le province si ribellano, i girondini spodestati cospirano nell'ombra, gli accaparratori fanno mancare il pane... A Parigi, mentre il Comitato di Salute Pubblica - ormai saldamente in mano giacobina - instaura il Terrore, i membri della Convenzione votano una dopo l'altra leggi che cambiano il cammino della storia, scardinando privilegi secolari in nome di un nuovo ordine.
All'improvviso, però, un misterioso giustiziere giunge a irridere gli sforzi dei repubblicani con una serie di delitti efferati che vendicano le vittime della Rivoluzione: i cadaveri di esponenti di spicco del club dei giacobini, decapitati, vengono rinvenuti nei luoghi più sacri alla mistica patriottica. A indagare con discrezione e prudenza su una serie di delitti che rianima le speranze dei controrivoluzionari viene chiamato un avvocato di sicura fede repubblicana, Etienne Verneuil, la cui abilità nelle investigazioni criminali è nota ai capi giacobini. Forte della nomina a commissario del Comitato di Sicurezza Nazionale, l'avvocato comincia ad aggirarsi nei meandri di una Parigi infida e sobbollente, scoprendo complotti e trame delittuose sia nelle alte sfere sia tra i semplici cittadini che tentano di barcamenarsi per sopravvivere all'uragano: una folla vivace e ondivaga di aristocratici decaduti, agenti monarchici intenzionati a liberare la regina prigioniera, politici corrotti, profittatori lesti a lucrare sul nuovo ordine, attricette mantenute dai potenti di turno, deputati dalla doppia vita, affaristi pronti a riempirsi le tasche, spie e traditori; ma anche bravi borghesi cui la Rivoluzione ha aperto possibilità insperate, onesti patrioti, maestri interamente votati alla loro missione, sartine ingenuamente innamorate, religiose in fuga, operaie combattive, giornaliste che rivendicano i diritti delle donne, miserabili pitocchi, eroici soldati. Per portare a termine il suo compito, Etienne assiste alle sedute della Convenzione, chiede l'aiuto dello scienziato Lamarck, consulta lo psichiatra Pinel, collabora col pittore David, interroga il bellissimo e impenetrabile Saint Just, conosce il bambino del Tempio ritenuto dai monarchici l'unico e legittimo sovrano della Francia, incontra persino l'incorruttibile Robespierre, che dalle sue due modeste stanzette in Rue Saint-Honoré governa i destini della repubblica e della Rivoluzione. Danila Comastri Montanari ci presenta un romanzo brulicante in cui l'indagine di Verneuil s'incrocia di continuo con i momenti salienti e assai poco conosciuti di uno dei periodi più affascinanti e cruciali della Storia. È quasi inevitabile che i suoi protagonisti, famosi e oscuri, reali e inventati, salgano alla ribalta circondati da un alone mitico, accompagnati ogni volta dal rigore inflessibile della fede, dall'oscurità dell'intrigo, dal sibilo della lama della ghigliottina
Ben rappresentato il contesto storico, a partire dal titolo Terrore che può essere visto sia in relazione al periodo temporale  di riferimento che relativo alle pulsioni dell’animo umano.

Buona miscellanea di personaggi veri e inventati calati nello scenario di uno dei periodi più oscuri della storia “recente” e cioè il periodo Post Rivoluzione Francese, con i suoi complotti, la rabbia feroce del popolo e  la moralità dei loro rappresentanti, ma anche le sue scoperte nei settori umani e scientifici per non parlare delle conquiste civili anche e soprattutto da parte delle donne.
Stile semplice, lineare e leggermente ironico.
Tanti sono i tasselli che compongo il mosaico dell’intreccio della storia, con imprevisti, colpi di scena e l’immancabile colpo finale a sorpresa consuetudine dei libri di Danila.

 

Mar 0927

Alfredo Colitto, Cuore di ferro

Pubblicato da Alessandra Buccheri alle 15:47 in Conversazioni, Recensioni


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Alfredo Colitto
Cuore di Ferro
Piemme
Pagine 420
Prezzo 19,00 euro

Due domande ad Alfredo Colitto:

AB - Il tuo ultimo libro
AC - Si intitola Cuore di Ferro, e uscirà (è uscito, nota della blogger) a febbraio 2009 per Piemme. È un thriller storico ambientato a Bologna nel 1311. Il protagonista è Mondino de’ Liuzzi, un medico realmente esistito che è stato uno dei padri dell’anatomia moderna. Nel libro si verificano una serie di delitti che sembrano avere come base un oscuro segreto alchemico, che permette di trasformare il cuore umano in metallo. Scoprire l’assassino diventerà presto per Mondino una questione di vita o di morte. 

AB - Come nasce il tuo amore per il noir?
AC - A me piace esplorare le passioni nascoste, il lato oscuro dell’animo umano. E mi piacciono i personaggi che davanti a situazioni estreme, che li mettono fortemente alla prova, scoprono di essere diversi da quello che pensavano, nel bene e nel male. Nel thriller spesso i protagonisti rischiano la vita. E non c’è nulla come il pericolo di essere ammazzato per spingerti a capire chi sei veramente. 

Il resto (e molto di più) sul Dizionario Atipico del Giallo.

Questa invece è l'ottima recensione di Daniele della Libreria Fahrenheit 451 di Quarrata (Pistoia) che spero di avere ospite spesso su questo blog:

Nel 1311 Bologna è una città in preda a grande fermento. L’università, la prima del mondo occidentale, nata intorno all’anno 1088, ha già le sue scuole di grammatica, di retorica, di logica e di diritto. Ci insegnano studiosi del calibro di Pepone e Irnerio che verrà definito dai futuri giuristi “lucerna iuris”. Naturalmente attira studenti e dottori da tutta Europa e purtroppo attira anche le attenzioni malevole dei padri della Chiesa, nonostante Federico I, già nel 1158, per mettere il sapere e la scienza al riparo dal potere clericale e secolare avesse promulgato la Costitutio habita che di fatto attribuiva all’Università una specie di extraterritorialità. Nonostante questa precauzione, i domenicani, inesausti cacciatori di eretici, nel 1300 hanno già dato vita alla Santa Inquisizione e nelle città vanno accendendosi i primi roghi.

È questa la premessa per calarsi nel nuovo romanzo di Alfredo Colitto e assorbirne in pieno lo spirito. Cuore di ferro è la storia di un’indagine compiuta da Mondino de’ Liuzzi, medico e anatomista dello Studium, che di notte si chiude dentro la propria aula per sezionare di nascosto i cadaveri.

…… “ il 12 gennaio dell’anno del Signore 1305, voi con altri cavalieri templari avete preso parte a un’azione di estrema crudeltà contro un uomo innocente, nella speranza di carpirgli un segreto che avrebbe potuto rendervi immortali, oltre ad arricchirvi oltre misura.
Non eravate neppure certo che fosse in possesso di tale segreto, ma ciò nonostante l’avete torturato orribilmente e infine ucciso, senza indurlo a confessare. Il fatto che non si trattasse di un saraceno nemico della fede ma di un cristiano come voi, non è bastato a trattenere la vostra mano.
Quello che avete fatto mi ripugna, ma non è questo il motivo per cui vi scrivo.
Il segreto da voi bramato si trova ora nella città di Bologna, in Italia. Anch’io desidero entrarne in possesso, ma ho bisogno di aiuto. E piuttosto che cercare di convincere della sua esistenza complici che potrebbero rivelarsi indecisi e inaffidabili, preferisco rivolgermi a chi, come voi, ha già ucciso senza esitare per impadronirsene.
Se la mia proposta vi interessa, trovatevi sabato primo maggio 1311, dopo il vespro, davanti al Monte degli Ulivi di quella che qui chiamano Sancta Hierusalem Bononiensis. Vi spiegherò cosa voglio da voi in cambio di quello che vi offro.
Considerate l’oggetto che troverete accluso a questa lettera come una prova della mia veridicità.
In fede,
Un amico. “ …..

Tutto ha inizio la sera un cui uno dei suoi allievi lo raggiunge portandosi appresso il corpo senza vita di un giovane orrendamente mutilato.

L'uomo è stato ucciso in modo orrendo e nel torace, aperto con una sega, il cuore è stato trasformato in un blocco di ferro. Sedotto dalla possibilità di scoprire il segreto che ha consentito una simile trasmutazione, Mondino decide di aiutare il giovane che, proclamandosi innocente, gli rivela la sua vera identità.
Il suo nome è Gerardo da Castelbretone e, come il suo confratello assassinato, è un cavaliere templare, che si è nascosto sotto i panni di studente di medicina.

Mondino è perfettamente consapevole di quanto sia rischioso accogliere e aiutare un templare. Vorrebbe denunciarlo, ma qualcosa attira la sua curiosità: Per Mondino, quel cuore rappresenta un’occasione unica di studio, ma per potercisi applicare deve prima scoprire chi ha ucciso il giovane e perché.
Per scoprirlo, il medico è costretto a mentire all'inquisitore Uberto da Rimini, feroce accusatore dei Templari, che non tarda a bussare alla sua porta. Quando però un secondo cadavere viene ritrovato nelle stesse condizioni, Mondino e Gerardo capiscono che arrivare all'assassino prima dei domenicani è l'unica speranza che hanno per scagionarsi da qualsiasi accusa e sfuggire alle torture con cui, una volta arrestati, Uberto saprebbe far confessare loro anche ciò che non hanno mai commesso

Per chi vuole leggere oltre il semplice svago, occorre accennare, ai numerosi riferimenti storici, prova di grande lavoro, per altro inseriti senza appesantire la lettura, accenni, particolari, curiosità, che si amalgamano in una lettura che corre veloce.

Alcuni romanzi storici hanno il limite di essere didascalici, la documentazione spesso soffoca la narrazione. In Cuore di Ferro questo non avviene.

Ma mano che si progredisce con la lettura, l’ambientazione scivola  naturalmente nella vicenda, senza diventarne mai la protagonista.

Una storia raccontata con sapiente alchimia, dosando, in un equilibrio perfetto, indizi e soluzioni.

I colpi di scena lasciano sempre la sensazione della plausibilità, cosa che non sempre è facile da ottenere.

Sembra davvero di viaggiare attraverso una Bologna medievale, le descrizioni territoriali sono minuziose e precise e non da meno quelle dei personaggi, verso i quali si prova da subito empatia e antipatia. 

 

Nov 0811

Non avevo capito niente: Diego De Silva a TreviNoir

Pubblicato da Alessandra Buccheri alle 19:52 in L'angolo bianco, Recensioni


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Diego De Silva
Non avevo capito niente
Einaudi
Pagine 312
Prezzo 16,00 euro

Inserito nel programma di TreviNoir, Diego De Silva aveva l’aria un po’ spaesata, della serie “che ci faccio qua”. E giustamente, visto che, nonostante suoi racconti compaiano in antologie dichiaratamente di genere come Crimini e Crimini Italiani, il suo ultimo romanzo Non avevo capito niente (finalista al premio Strega 2008) è pura narrativa mainstream. Ci tiene a precisarlo: «Non sono un giallista, ma poiché ho scritto un paio di libri “oscuri” sono stato inserito nel giro giallo-noir. Io però amo gli intrecci oscuri, ma non le trame gialle. Non avevo capito niente, in origine, doveva essere un libro buffo, o meglio un’opera letteraria di spessore drammatico ma che avesse la caratteristica della lievità. È un’insana passione italica, quella di “dare del lei” ai libri, di considerarli validi solo se sono “pesanti”: ma la narrativa che che ha il tratto della leggerezza, come Il giovane Holden, ha comunque dignità letteraria».
In Non avevo capito niente il protagonista, Vincenzo Malinconico, è un avvocato, ma è l’esatto opposto dell’avvocato figo da stereotipo. Ma poteva anche essere un ingegnere: il punto è che la classe dei liberi professionisti sta progressivamente scivolando lungo la china dell’indigenza sociale.
Vincenzo Malinconico è un “avvocato di insuccesso”: vive in una casa totalmente arredata Ikea, anzi ha talmente tanta familiarità con gli oggetti Ikea che li chiama per nome. È stato abbandonato dalla moglie Nives, psicologa di successo (lei sì), che lo ha sostituito con un architetto (ma non nel letto: qualche sana ora di ginnastica con l’ex marito è consentita anche dall’etica professionale, pare).
La carriera di Malinconico ha una svolta improvvisa quando arriva una chiamata dalla Procura: un piccolo camorrista, Mimmo ‘o Burzone, ha bisogno di un legale d’ufficio. Malinconico è preoccupatissimo, lui che da anni non tratta la materia penale. Ma per qualche strano motivo fa bella figura, così i capi di ‘o Burzone si convincono che lui sia un avvocato molto preparato che non ha ancora avuto la sua occasione. E decidono di farne un penalista di grido, mettendogli alle costole un guardaspalle molto poco discreto.
Contemporaneamente nella vita di Malinconico accade un altro miracolo: Alessandra Persiano, l’avvocatessa più gettonata del tribunale, si interessa a lui. Con esiti fino alla fine imprevedibili.
Pene d’amore e incerti del mestiere sono trattati con soave leggerezza. Lo stesso dicasi per il tema della camorra. Dati i tempi, sorge spontanea la domanda: la camorra dipinta da Roberto Saviano e la camorra di Diego De Silva sono la stessa cosa? Certo che sì. Ma se Gomorra sottolinea gli aspetti criminali, Non avevo capito niente ne evidenzia quelli grotteschi: «La camorra non è solo sangue: è anche cattivo gusto, stupidità, precariato, ottusità, cafonaggine, incapacità di evolversi. Le camicie che non si chiudono bene, la panza debordante, sono parte di una rappresentazione parodistica che può servire, se non a combattere, quanto meno a demolire un mito».
D’altra parte, per De Silva, «la letteratura dev’essere bella, non dev’essere un momento di rivoluzione delle coscienze. Se ottiene questo effetto, deve essere un elemento accessorio e complementare, e soprattutto spontaneo. Non può essere l’obiettivo principale».

Lettura godibilissima e raccomandata.

Nov 08 4

La terza metà di Guglielmo Pispisa

Pubblicato da Alessandra Buccheri alle 17:16 in Recensioni


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Guglielmo Pispisa
La terza metà
Marsilio
Pagine 272
Prezzo 16,50

Ultimamente mi sento graziata. Per una strana congiuntura astrale, ho imbroccato una sfilza di letture una migliore dell'altra. L'ultima, questa La terza metà di Guglielmo Pispisa, autore che non conoscevo. Pispisa fa parte dell'ensemble KaiZen (ciao ragazzi!).

La terza metà è un noir fantapolitico*. Ossia: ecco come sarebbero potute andare le cose - al G8 di Genova, negli anni Settanta, in qualche altro episodio oscuro di cui è ahimè costellata la storia della Repubblica. Forse sono andate così. Forse ogni volta era coinvolto uno Hiero - il protagonista del libro - un infltrato talmente infiltrato che non si sa più da che parte stia. Mi ricorda un po' la serie tv Alias, ma questo non sarebbe un complimento e invece io intendo fargliene. Dicevamo dunque della fantapolitica, con illustri precedenti: i primi che mi vengono in mente sono Nel nome di Ishmael di Giuseppe Genna e il più recente Confine di Stato di Simone Sarasso (e infatti a Trevi i due hanno parlato insieme).

Cosa è accaduto realmente negli anni di piombo? Cosa è accaduto ai pesci piccoli, a quelli che non sono finiti sulle prime pagine dei giornali, che non erano teorici, che non hanno ammazzato nessuno, ma che erano coinvolti in misura maggiore o minore e che si sono letteralmente rovinati la vita? La terza metà è una delle risposte possibili. Come sempre non è possibile anticipare nulla della trama senza svelare troppo, quindi non lo farò. Ma.

Ma posso dire che quello che rende bello La terza metà è la scrittura. I personaggi sono curatissimi, umanissimi, dolorosi nei loro pensieri e nelle loro azioni. La figura del Magister, relitto parigino accompagnato da miserabili pupilli, è un capolavoro di dignitosa alienazione mentale. Guglielmo è padrone della lingua e della frase. Andrebbe letto anche solo per come è scritto.

Ma visto che in questi giorni si parla di nuovo di occupazioni, di scontri tra Polizia e manifestanti (una costante della storia italiana, a quanto pare), di nuovi (vecchissimi...) metodi per reprimere le proteste... Ricordare il nostro recentissimo passato non può che farci bene. Magari non si ripetono gli stessi errori...

La terza metà può essere letto a puntate sul blog di KaiZen.

 

*P.S. Poi però leggo questa delirante intervista all'ex presidente Cossiga, guardo questo video e mi chiedo se la realtà non abbia superato la più bizzarra delle storie di fantapolitica. 

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