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Festivaletteratura di Mantova: quattro chiacchiere con R.J. Ellory

Alessandra Buccheri avatar Lunedì 12 Settembre 2011, 13:46 in Conversazioni di Alessandra Buccheri

RJE - Se qualcuno mi chiedesse dei consigli direi: scrivi ciò che ti piacerebbe leggere e scrivi ciò che ti interessa. Perché se scrivi per le mode, le mode passano. E se scrivi per altri motivi - denaro, fama, desiderio di attenzione - stai scrivendo per motivi sbagliati.

Grazie al telefono e a un registratore ho potuto simulare la mia presenza a Mantova e chiacchierare con Roger Jon Ellory, autore di Un semplice atto di violenza (Giano editore). Estremamente disponibile e cordiale, anche se assediato da interviste e presentazioni, Ellory ha risposto a qualche domanda in modo estremamente interessante.

AB - La prima domanda è ovvia: sei britannico, ma i tuoi romanzi sono ambientati a Washington, D.C.: perché?
RJE - Ho perso i genitori a sette anni e sono cresciuto in orfanotrofio fino all'età di sedici anni. Non ero molto socievole ma leggevo molto: Enid Blyton, Agatha Christie, Conan Doyle, poi ho scoperto Il buio oltre la siepe e ho iniziato a leggere Truman Capote, Steinbeck, Faulkner, Hemingway e ho scoperto nella prosa americana un feeling e un'atmosfera diversi, che mi piacevano molto. Durante le vacanze andavo da mia nonna. Lei amava il cinema dell'età d'oro di Hollywood. Guardavo Hitchcock, James Cagney, Humphrey Bogart, Barbara Stanwick. Mi sono innamorato delle atmosfere, dei dialoghi, delle storie che ti tenevano avvinto al film senza effetti speciali.
La Gran Bretagna è piccola e pur avendo una lunga storia io sono più interessato a scrivere di ciò che mi interessa che di ciò che conosco.

AB - Nel romanzo tu citi prove circostanziate di un coinvolgimento ad alti livelli degli USA in traffici illeciti con il Nicaragua: sono fatti reali?
RJE - Sì. Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi gli Stati Uniti sono stati coinvolti in violazioni dei diritti umani in oltre quaranta Paesi. Avrei potuto scrivere la stessa cosa a proposito di Salvador, Libano, Israele... Ho parlato con gente del Washington Post, dell'intelligence americana e della CIA e tutti mi hanno detto: sei stato troppo buono. La realtà è molto peggio di così.

AB - Incidentalmente oggi (l'intervista è stata fatta ieri, n.d.b.) è l'11 settembre. Cosa ne pensi?
RJE - Penso che fin dall'inizio siano stati nascosti pezzi di verità. Penso che sia stata una strategia politica per risolvere i problemi dell'amministrazione Bush. Penso che i fatti non siano andati esattamente come ce li hanno descritti e che i veri responsabili non sono stati presi: sono liberi e vivono in Texas.

AB - Parlando di Un semplice atto di violenza, a quale personaggio ti senti più vicino?
RJE
- Non sono sfuggito allo stereotipo dello scrittore: mettere un po' di sé nei propri personaggi. C'è qualcosa di me in Miller, ma c'è qualcosa anche in John Robey. A proposito, sai da dove viene il nome?

AB - No.
RJE - John Robey il personaggio di Cary Grant in Caccia al ladro. Comunque, normalmente mi chiedono quanto ci sia di me nei libri, e la cosa fondamentale è che nessuno è completamente buono e nessuno è completamente cattivo. Quindi la verità è che non puoi evitare di trasmettere, attraverso i tuoi personaggi, ciò che pensi, la tua visione della vita, le tue idee politiche... Un semplice atto di violenza è stato pubblicato cinque anni fa e mentre lo rileggevo, in questi giorni, notavo che c'erano dei "pezzi" di me di cui non mi ero nemmeno reso conto. 

AB - Da lettrice, mi sembra che tu abbia avuto un'attenzione particolare verso due figure femminili, Natasha e Catherine. Natasha cerca di proteggere la figlia dalla crudeltà del mondo; Catherine è una donna innamorata.
RJE
- Sì, e c'è un altro romanzo, non ancora tradotto in italiano, la cui protagonista è una ragazza di 31 anni che ha una libreria a Manhattan e cerca di scoprire la verità sulla sua vita. Su questo libro ricevo moltissime mail, soprattutto da lettrici che non riescono a credere che quel personaggio sia stato creato da un uomo. Questo perché gli uomini in Gran Bretagna sono molto stupidi e aggressivi con le donne.

AB - Anche in Italia.
RJE - Al contrario, io trovo che le donne siano più consapevoli, tolleranti, comprensive, accoglienti, brillanti. Gli uomini passano il loro tempo cercando di essere interessanti, le donne invece sono interessate. Inoltre, il senso di responsabilità che è legato alla maternità si traduce in un senso di responsabilità nei confronti dell'intera razza umana e del futuro. E lo penso davvero. E se tu fossi un uomo ti direi anche: torna a casa, stupido, e sii gentile con tua moglie.

AB - Pensi che la  letteratura di genere sia un modo per descrivere la realtà in cui viviamo o un modo di evadere?
RJE - Entrambe. C'è una frase di un autore francese, Jean-Patrick Manchette: il crime novel è un modo straordinario per guardare la realtà allo specchio. Perché il crime novel può essere un romanzo storico, biografico, giallo, d'amore, di spionaggio... Fra i miei romanzi, Un semplice atto di violenza e Vendetta sono romanzi storici, epici e parlano di politica e cospirazioni; A quite belief in angels è biografico e parla di serial killer, Candlemoth era sulla politica, la pena di morte, il razzismo, l'amore... Con il crime novel posso dipingere ciò che voglio. Se sei un pittore può dipingere un acquerello di 4 centimetri per 4, oppure il soffitto della Cappella Sistina. A me piace usare il linguaggio per dipingere soffitti - e non voglio sembrare presuntuoso, ma è ciò che mi interessa fare.

AB - Mi hai già parlato della tua infanzia; inoltre, la tua carriera di scrittore è iniziata molto tardi, dopo centinaia di lettere di rifiuto. In che modo questo ha influenzato la tua scrittura?
RJE - Tra il 1987 e il 1993 ho scritto ventidue romanzi, tutti rifiutati più o meno con la stessa motivazione: ci dispiace, ma non possiamo pubblicare un autore inglese che scrive romanzi ambientati in America. Ho smesso per otto anni e ho ripreso all'indomani dell'11 settembre (dieci anni oggi, n.d.b.). E questa volta sono stato pubblicato.

AB - Se potessi tornare indietro, cosa sceglieresti? Rifaresti tutto da capo, oppure preferiresti una vita più tranquilla ma senza il successo di scrittore?
RJE - Assolutamente: rifarei tutto da capo. Quando ho ripreso a scrivere, mi sono approcciato alla scrittura con un'idea diversa, più diretta, più onesta. E soprattutto ora scrivo i libri che mi piacerebbe leggere, non i libri che piacerebbero agli altri. Se qualcuno mi chiedesse dei consigli direi: scrivi ciò che ti piacerebbe leggere e scrivi ciò che ti interessa. Perché se scrivi per le mode, le mode passano. E se scrivi per altri motivi - denaro, fama, desiderio di attenzione - stai scrivendo per motivi sbagliati.

un semplice atto di violenza.jpgAB - A cosa stai lavorando adesso?
RJE - Al romanzo che pubblicherò nel 2013 e alla registrazione di un CD con la mia band.

AB - Come sta andando a Mantova?
RJE - Benissimo. C'è una qualità della vita, qua in Italia, che non esiste altrove. Ieri sera, a mezzanotte, c'erano bambini in bicicletta e gente che mangiava il gelato e musica per strada... C'era vita. Tutti dovrebbero vivere così.

 R.J. Ellory
Un semplice atto di violenza
Giano Editore - collana Nerogiano
Traduzione di Luca Briasco e Raffaella Vitangeli
Pagine 512
Prezzo 18,00 euro

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2 commenti
2
12 Set 2011
alle 21:10

Fabio Lotti

"Vendetta" mi è piaciuto. Su quest'ultimo ci faccio un pensierino. Quello che mi scoraggia sempre è il numero delle pagine. Siccome leggo spesso passeggiando mi si intormentisce il braccio...:)

1
12 Set 2011
alle 17:52

Guy Fawkes

Interessante la risposta fornita sull'argomento "11 settembre". E' normale che i colpevoli, quelli veri, siano altri. Non vivono in texas, come dice lui, ma ci sono... Questa è la mia opinione. Criticabile e Smontabile. Mica è la verità............

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