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A tu per tu con Enrico Pandiani

Lunedì 6 Settembre 2010, 07:39 in Conversazioni di
Pandiani.jpg

Risparmio le chiacchiere su quanto mi faccia piacere ospitare sull'Angolo Nero Enrico Pandiani, autore di Les Italiens e Troppo Piombo, e vi propongo direttamente la conversazione avvenuta via email. Così, brutalmente, giusto perché non vogliamo essere da meno di les italiens (anche perché noi siamo, italiani).

AB - Iniziamo con la classica domanda da lettore avido ed egoista: perché hai aspettato così tanto per iniziare a scrivere, o quanto meno a pubblicare?
EP
- Guarda, se avessi saputo che a veder leggere i propri libri si godeva così tanto mi sarei dato da fare molto prima. Scherzi a parte, ammetto di aver disperatamente tentato di scrivere un romanzo negli ultimi trent’anni e di non esserci riuscito, vuoi perché non avevo una solida storia, vuoi perché non riuscivo a trovare il mio stile o quantomeno uno stile che mi piacesse. Io nasco come fumettista tanti anni fa, scrivevo, disegnavo e (a volte) pubblicavo storie su Il Mago di Mondadori. L’ultima l’ho pubblicata su Orient Express, la rivista di Luigi Bernardi (nota del blogger: lancio una sfida. Cercasi autore di razza che non sia in alcun modo legato a LB. Credo che non gliene sia mai sfuggito uno). Poi la mia vita ha preso un’altra piega perché come fumettista non ero gran ché. Nemmeno come grafico, ma era più facile fingere di esserlo. Però la voglia di raccontare l’ho sempre avuta, così mi sono messo a scrivere. Sono un lettore avidissimo e onnivoro, da la Recherche fino a Sanantonio. E il noir o giallo, o quel che diavolo è, mi è sempre piaciuto molto. Non c’era verso che potessi scrivere un’altra Recherche, così mi sono buttato sul poliziesco. Avrò cominciato una mezza dozzina di romanzi, più o meno sempre la storia de Les italiens, ma non mi venivano fuori i personaggi e ogni volta abbandonavo la nave senza trovare un finale alle mie storie. Poi è successo qualcosa, forse sono maturato, oppure ho trovato il mio stile e i miei personaggi e così sono venuti fuori Mordenti e compagni. Ma ripeto, se avessi saputo che era così divertente mi sarei dato una mossa.

AB - La storia di come sei arrivato alla pubblicazione è divertente, ce la racconti?
EP
- Quando ho finito Les italiens trovavo già incredibile aver terminato un romanzo. Essere arrivato in fondo era per me un successo senza pari. Così, nell’euforia del momento, mi sono messo a scrivere il secondo. Poi, una sera a cena, parlando con un’amica che lavora nell’editoria è saltata fuori questa cosa che avevo scritto un romanzo dalla A alla zeta. Lei lo ha letto e mi ha detto di darmi da fare che me lo avrebbero sicuramente pubblicato. Allora l’ho ripreso in mano, tipo che grazie a mio fratello ho scritto un finale meno cretino, e con la stessa energia con cui indagano i miei personaggi l’ho spedito a un paio di case editrici. Ok, sono pigro, lo so. Comunque, una sera il mio cane mi porta giù a fare pipì, che non ne avevo nemmeno tanta voglia, e mentre siamo sotto incontra un suo amico, uno più grosso e giallo, che aveva portato giù il mio amico Gaspare a fare pipì pure lui. Gaspare è l’editore di Instar Libri. Così, siamo lì tutti e quattro che cerchiamo un palo o un albero o qualsiasi altra cosa per poterci alzare la gamba contro e il mio cane dice all’altro che io ho scritto un romanzo e se pensa che Gaspare potrebbe dargli un’occhiata. Lui dice di sì, che quello è il suo mestiere e lo farà senz’altro. Insomma, è andata più o meno così, non ricordo i particolari con precisione. Fatto sta che il giorno dopo, quando ho consegnato il romanzo, Gaspare mi ha preso per mano e mi ha portato a vedere un metro cubo di manoscritti che aveva da leggere nel suo ufficio. Però mi ha detto che il mio avrebbe cercato di leggerlo in fretta. Io, ovviamente, ci ho messo una pietra sopra. Insomma, un mese dopo, ci siamo rincontrati la sera a pisciare i cani (per la cronaca: attualmente sono entrambi in paradiso, i cani, voglio dire) e mi dice che lo ha letto, che gli è piaciuto, che è ben scritto, bei personaggi, bella storia, ma... In breve non è certo che rientri nella linea editoriale della casa editrice. Comunque lo stanno leggendo i suoi, eccetera eccetera. Ci ho messo un’altra pietra sopra. Invece, un mese dopo mi richiama e mi chiede se l’ho già dato a qualcuno, cosa difficilissima visto che per pigrizia non l’avevo quasi spedito a nessuno. Infatti gli dico che è ancora lì. Morale, hanno creato una nuova collana e hanno cominciato con Les italiens. Il più bel giorno della mia vita. Beh, quasi.

AB - Quando scrivi sembra quasi che tu pensi in francese e traduca mentalmente in italiano. Sbaglio?
EP
- Ti dirò, per fare quello che dici tu dovrei essere uno che pensa, invece pensare non è proprio il mio forte. Mordenti, Servandoni e Coccioni sono come me, non è che pensano così tanto, più che altro si guardano attorno e ne traggono le loro conseguenze. Quando ho deciso che le mie storie si sarebbero svolte a Parigi, che conosco molto bene, ho attinto a tutte le volte che l’avevo girata, ai film che avevo visto, ai libri che avevo letto e ho cercato di costruire una mia idea della città. Da quel momento ho anche cominciato a guardare Parigi con un occhio diverso, facendo attenzione a quello che mi succedeva intorno, a ciò che mi diceva la gente o a quel che si dicevano tra loro. Scorro anche i giornali e provo a leggere tra le righe per vedere come la pensano. I Francesi, per esempio, hanno uno humour sottile, diverso dal nostro. E si incazzano per nulla, tipo che se gli allaghi la casa con un rubinetto rotto te lo fanno proprio a fette. Certo, quando scrivo a volte ho la tentazione di scherzare sui fatti italiani, sulla nostra ridicola politica per esempio, ma mi sforzo di non farlo, anche se a volte mi verrebbero delle battute o delle situazioni fulminanti.

AB - Hai raccontato cose molto interessanti del tuo passato da "fumettaro", e cioè...?
EP
- Il mio passato da fumettaro è stato molto veloce perchè alla fine non ero proprio tagliato per quel tipo di mestiere. Mi piaceva molto disegnare e raccontare storie. Io racconto un sacco di storie, sono un bugiardo patentato. Comunque il fumetto mi piaceva, anche se non mi usciva dal pennino troppo facilmente. Ho fatto di tutto, polizieschi anni Sessanta, fantasy, fantascienza. Amavo molto gli americani che disegnano a strisce sui giornali, ma soprattutto mi piaceva quel francese, Moebius, era lui che mi faceva proprio godere. Tendevo verso un tipo di disegno asciutto e realistico e collezionavo tonnellate di fumetti di ogni tipo. Però, gira e rigira, non riuscivo a trovare uno stile mio e finivo per scimmiottare questo o quello a seconda dell’autore che mi piaceva al momento. E poi le mie storie erano cupe, pessimiste, mi chiudevo in casa e inventavo questi racconti catastrofici perché ero un po’ frustrato. Tanto per dire, l’ultimo fumetto che ho pubblicato su Orient Express si intitolava l’Antropofobo e me lo hanno anche montato alla rovescia perché non avevo numerato le pagine.

Pandiani%202.jpg

AB - Nel primo romanzo il protagonista non ha un nome, nel secondo finalmente si presenta. Jean-Pierre Mordenti. Il nome, si sa, non è un dettaglio da poco per caratterizzare una "persona" (anche se cartacea). Quali le ragioni della scelta iniziale e quali quelle del cambiamento?
EP
- Mentre scrivevo Les italiens, proprio all’inizio, i nomi dei comprimari, Servandoni, Coccioni, eccetera, li ho subito trovati e mi piacevano. Per il protagonista invece, l’io narrante, ho deciso che ci voleva un nome importante, un nome che i lettori potessero ricordare facilmente. Così mi sono detto che intanto potevo cominciare il romanzo e poi, quando mi fosse venuto in mente il nome, lo avrei messo qui e là senza problemi. Alla fine me ne sono dimenticato e il commissario è rimasto anonimo. Del resto non è mica colpa mia, nessuno lo chiamava per nome e lui non lo diceva mai. In più la cosa mi piaceva, perché secondo me il lettore poteva immedesimarsi più facilmente nel personaggio. C’è pure un precedente famoso, Continental Op, l’investigatore di Dashiell Hammett protagonista de La chiave di vetro e Piombo e sangue. Di lui si sa a malapena com’è fatto e non ha nome. Lavora per la Continental Investigazioni da cui la qualifica di Continental Op (Op sta per operator). Insomma all’alba della pubblicazione del secondo, per tutta una serie di motivi che non starò qui a elencare, si è deciso di dargli un nome e alla fine è diventato Jean-Pierre Mordenti. Penso che alla lunga lo farò diventare Pierre Mordenti. Comunque mi piaceva che quel tipo non avesse nome.

AB - I vezzi e piccoli vizi dei tuoi personaggi (Alain che si accende le sigarette sfregando fiammiferi nei posti più improbabili, Jean-Pierre che guida una Karmann Ghia, Le Normand con le sue sigarettine e l'accendino a forma di cannone) sono perfetti perché li caratterizzano senza scadere nel macchiettistico o nel banale. In che modo si raggiunge un simile equilibrio?
EP
- La Karmann Ghia è sempre stata un mio tormentone, negli anni la infilavo in un mucchio di roba che ho scritto e che non ha mai visto la luce. Quindi la logica conseguenza era che Mordenti ne avesse una. La cosa che mi appassiona di più quando scrivo un romanzo sono i personaggi e, soprattutto, la loro personalità e le loro manie. Faccio molta attenzione alle persone che ho intorno e mi segno una quantità di appunti sui gesti che fanno, le cose che dicono o su come si vestono, come fumano e tutto il resto. Penso che la differenza tra caratterizzazione e banalità stia nel riuscire a rendere naturale un gesto senza trasformarlo in una forzatura. Tutti abbiamo le nostre manie, i nostri tic, la nostra maniera di parlare o le nostre insofferenze. Le persone che incontriamo le notano senza rendersene conto e si fanno un’idea di come siamo, giusta o sbagliata che sia. Questo succede anche con i protagonisti di un libro, li conosciamo attraverso quello che dicono e le cose che fanno. Dare forma e spessore a un personaggio che non esiste, riuscire a renderlo così unico e reale da farlo apprezzare per la sua personalità, è una cosa che trovo terribilmente esaltante. È il lato della scrittura che mi piace di più.

AB - Le letture, il cinema, la musica: in che modo sono confluite nella scrittura dei tuoi romanzi? Come hai operato la selezione?
EP
- Guarda, io sono stato un cinefilo patologico fino agli anni Ottanta. Ho visto quattro volte tutto ciò che è stato prodotto dal 1900 al 1980. Poi, salvo alcune eccezioni, il cinema non mi è più tanto piaciuto. Amo un certo modo di fare legato a questi film di una volta, dove i modi erano più raffinati e le battute più eleganti. C’erano un sentimentalismo e uno humour che non esistono quasi più. Tutto quello che ho visto mi ha lasciato gesti, azioni, momenti, dialoghi, parole che a volte rielaboro e metto nelle mie storie. Le chiamano citazioni, io spero sempre che qualcuno le colga e pensi alla stessa scena che avevo in mente io. Lo stesso vale per la lettura. Penso che leggere sia la migliore scuola possibile per uno scrittore. Se non riesci a farlo così, allora non credo che ci sia scuola che tenga, perché trovare il proprio stile è un equilibrismo che si deve fare da soli. Se scrivi in una certa maniera, quale che sia, devi leggere altri autori che scrivono o hanno scritto sulla tua stessa lunghezza d’onda. C’è sempre qualcosa da imparare. I grandi classici ti danno la pulizia, un linguaggio chiaro ed efficace, mentre i romanzi cosidetti di “genere” mi hanno insegnato le atmosfere, il sentimentalismo, l’ironia e l’umorismo. A me piace quando un libro ti fa fare una bella risata, dopo ti senti bene e leggi più volentieri. Per quanto riguarda la musica, credo che ognuno di noi abbia una colonna sonora che lo accompagna costantemente ogni giorno della sua vita, bisogna solamente farci caso. Molte idee mi vengono ascoltando un brano, sentendone le parole. Ascolto molta musica quando scrivo e a volte la scena che sto scrivendo e la canzone che sto ascoltando coincidono che nemmeno fossero fatte l’una per l’altra, proprio come al cine. Per questo tento di comunicare la stessa sensazione alle persone che leggono le mie storie. Non so se ci riesco ma vale la pena tentare.

AB - Hai deliberatamente scelto di ambientare i tuoi romanzi all'estero: scelta complessa e al tempo stesso, mi sembra, vincente. Oltre a (immagino) l'amore per la Francia, ci sono altre ragioni che ti hanno spinto in questo senso?
EP
- Più che l’amore per la Francia, direi una passione per Parigi. La conosco da tanti anni, avevo addirittura uno zio che ci viveva. Parigi è un insieme di città circoscritte dal boulevard périphérique, una diversa dall’altra e tutte quante interessanti. Poi c’è la banlieue, altrettanto interessante ma molto più complessa. In Troppo piombo l’ho solo sfiorata, per ambientarci delle storie la si dovrebbe conoscere molto meglio di quanto la conosco io. Quella di Parigi non è stata una scelta deliberata ma piuttosto un’alternativa obbligata. Mi spiego: quando ho cominciato a lavorare su Les italiens, che ancora non si chiamava così, ero certo che il romanzo si sarebbe svolto a Torino, la mia città. Man mano che le idee si accumulavano è venuto fuori il personaggio di Moët con tutte le implicazioni che questa giovane pittrice transessuale comportava. Prima fra tutte la necessità di una città dove la politica di governo fosse a livello nazionale, cosa che giustificava il motivo scatenante del romanzo. Quindi Torino non andava più bene, serviva una capitale. Di Roma so giusto dov’è il Colosseo e poco d’altro, mi ci perdo in cinque minuti. Parigi invece la conosco come le mie tasche o quasi. Per questo l’ho scelta. A quel punto avevo bisogno che i miei poliziotti fossero “malleabili”, così sono saltati fuori i miei flic. Loro non sono francesi e nemmeno italiani, loro sono les italiens.

AB - E adesso la domanda che fa arrabbiare Fabio Lotti, ma che non posso esimermi dal fare: ci parli del prossimo romanzo?
EP
- Io sono una persona pacifica, non mi arrabbio, troppa fatica (Fabio, questa è per te, n.d.b.). La prossima avventura de les italiens è una storia molto nera, piuttosto violenta e con parecchi morti ben distribuiti dall’inizio alla fine. Sarà una caccia all’uomo anzi, alla donna, visto che la cattiva questa volta è una killer spietata che maschera il proprio volto dietro un foulard di seta nera. All’inizio della storia questa dark lady colpisce in maniera molto crudele il povero Mordenti. Nel corso del romanzo il nostro non avrà altro desiderio che ritrovarla per ucciderla con le proprie mani. Una vicenda molto movimentata che da metà in avanti si svolgerà a Torino. I personaggi sono tanti, le loro storie si incrociano e si allontanano. Ci si ama, ci si odia e ci si spara. E ci sono tante donne. Questa volta Mordenti sarà costretto a lavorare con la bellissima Maëlis, tenente elegantissima e determinata, che farà il possibile per salvarlo dal suo desiderio di vendetta. Sui dialoghi mi sono spremuto per bene e non mancano ironia e umorismo. Altro non vi dico perchè questo già dovrebbe bastare a far venire un certo languore. E non vi dico nemmeno il titolo perchè è bellissimo e ho paura che qualcuno me lo freghi.

AB - Grazie, Enrico. Come sai, la voglia di continuare a leggerti è smisurata. À bientôt j'espère...

____________________________

22
22 commenti
22
20 Lug 2011
alle 11:21

Roberto Paparelli

Ho scoperto da poco Pandiani e mi è piaciuto moltissimo.

Nel mio blog http://ilmaritodellalibraia.blogspot.com ho inserito "Les italiens" fra i romanzi consigliati iniziando la recensione con la prima pagina del libro così da far capire subito che con lui si va subito al sodo senza quei noioso preamboli che spesso ci tocca sopportare all'inizio di un libro.

Volevo fare i complimenti a Alessandra Bucccheri per la sua intervista a Pandiani perchè è riuscita, grazie naturalmente  alla  disponibilità dell'autore, a far emergere non solo cosa c'è dietro i suoi romanzi ma anche al suo stile di scrittura.

21
16 Set 2010
alle 22:39

AngoloNero

Tranquillo Fabio, sono in molti ad auspicare un rallentamento della (sovrap)produzione letteraria (non quella di Pandiani però!)
:)

20
15 Set 2010
alle 22:03

Fabio Lotti

Le bischerate sono anche segno di invecchiamento (almeno per me). Leggo, studio, mi impegno, faccio il serio, poi il serioso e poi...poi mi accorgo che non serve assolutamente a niente. Se ne va la ragazza di cui eri innamorato alle superiori non ricambiato, se ne va l'amico che ti dava le sigarette da ragazzo quando non avevi una lira, se ne va l'ex alunno che non ne poteva più della vita, se ne va...E allora arriva la bischerata, una specie di sacrosanta liberazione!

Chiedo venia per avere occupato un pò di spazio dedicato a Pandiani che, lo ripeto, è degno di considerazione.

 

19
15 Set 2010
alle 16:42

Ida

Grazie! Mi mancavano questi botta e risposta...

18
14 Set 2010
alle 21:36

AngoloNero

Bentrovata Ida :)

17
14 Set 2010
alle 16:57

Ida

Infatti. Guarda che ho riso un sacco all'idea degli scrittori zappatori.Che poi zappare la terra è pure bello, e qualche volta meno faticoso dello scrivere.

Di fantasia non manchi... e sei anche bravo, ma quei due come attivatori di eros... ecco, troppa fantasia! :)))

16
14 Set 2010
alle 15:28

Fabio Lotti

Grazie, Ida, per avere dato spago...

Ogni tanto mi piace (è nei cromosomi) ritornare ragazzo quando, al mio paese, si rideva di una bischerata qualsiasi. Ultimamente ne ho scritta una su "Scacchierando" dal titolo "Fancala!!!" che ha suscitato un vespaio e più di 2.900 contatti! A dimostrazione che, comunque, le bischerate-stronzate a qualcosa servono...:)

15
14 Set 2010
alle 13:29

Ida

Bossi in canottiera e Bondi leopardato? Ma per favore!

Per fortuna non faccio parte della categoria. I miei anni sono perennemente sabbatici :)

14
13 Set 2010
alle 22:40

AngoloNero

No Fabio, sei in buona compagnia :) Guarda nei commenti del post di oggi...

(Tra l'altro pensavo di averti risposto stamattina, ma mi sa che è caduta la connessione: dicevo che Pandiani ha appena iniziato a pubblicare, già vogliamo metterlo in anno sabbatico?!)

 

13
13 Set 2010
alle 22:00

Fabio Lotti

Va bene, mi arrangerò da solo. Certo che se uno fa un programma un tantinello fuori dalle righe...

P.S. Consiglio i libri di Pandiani.

12
11 Set 2010
alle 16:40

Fabio Lotti

Vorrei ricordare a tutti...

 E’  stato costituito il “Comitato per l’anno sabbatico per la protezione delle palle italiane” PremessaVista l’abnorme crescita della letteratura in generale e della letteratura poliziesca in particolare che ha portato ad un livello di qualità non più sostenibile. Vista le sempre più scarsa resistenza delle palle italiane, al fine di scongiurare una loro esplosione  contemporanea che arrecherebbe sangue e lutti infiniti al nostro paese, si è costituito un “Comitato per l’anno sabbatico per la protezione delle palle italiane”  con il seguente programma.Programma 1)     E’ previsto un anno sabbatico di tutti gli scrittori e pseudoscrittori. Essi lasceranno a casa gli strumenti del loro vile mestiere, quali penne e computer, per essere equipaggiati con pale, zappe, forconi ecc…e spediti nelle campagne adiacenti a lavorare nei campi. 2)     Abiteranno in case comuni e vestiranno con un saio francescano. Lavoro dalla mattina alle sei fino alla sera alle venti. Pausa pranzo e merenda. A mezzanotte tutti nella stanza del “Pentimento” dove il “Sacerdote del lutto estremo” leggerà ogni sera uno dei loro frutti perversi. Un apposito guardiano munito di scudiscio staffilerà chiunque venga preso anche da un semplice abbiocco.3)     Espleteranno i loro bisogni tutti insieme sotto la guida di un “Capo dei Bisogni Primari” per ricordare loro cosa sono davvero e non cosa pensano di essere. Saranno portati in un campo apposito incolto e poco fertile. Al grido di “Cacate!” e “Pisciate!” tutti si atterranno all’ordine. Gli stitici saranno presi a badilate e sotterrati nelle fosse comuni.4)     Non sarà possibile alcun incontro di tipo sessuale. Verrà adibita solo una stanza, denominata “La stanza delle pippe”, dove eventualmente dare sfogo isolato non più di una volta al mese sotto lo stimolo di opportune gigantografie delle escort di Berlusconi e delle trans di Marrazzo. Per le signore e signorine una foto di Bossi in canottiera o di Bondi in pigiama leopardato.5)     Chiunque tenti di fuggire verrà impalato a perenne monito degli altri.

6)     Alla fine dell’anno sabbatico tutti gli scrittori e pseudoscrittori rimasti saranno senz’altro in grado di riprendere il loro lavoro con maggiore energia e capacità creativa.

Lo so, lo so, sarà un programma duro da realizzare, ma io ci provo e spero nel vostro appoggio. 

 

11
11 Set 2010
alle 10:48

Fabio Lotti

Mi "arrabbio" per modo di dire...:)

10
09 Set 2010
alle 07:34

LB

LB ringrazia, ma comincia a sentirsi un po' arrugginito, ergo...

9
07 Set 2010
alle 19:15

Nicola

Bellissima foto

8
07 Set 2010
alle 14:36

AngoloNero

Annalisa: :))

Ugo: bravissimo, risposta esatta; ottima scelta per la lettura :))

7
07 Set 2010
alle 14:04

U.

Se l'aveva messo nel riso è perché era caduto in acqua o comunque si era bagnato, il riso è igroscopico...

Preso "Troppo piombo" (in versione epub, ça va sans dire!) ;)

6
07 Set 2010
alle 13:55

Annalisa

Ed è tutto merito tuo, Alessandra, se lo sto leggendo io. Che storia, e che scrittore.... Grazie!

5
07 Set 2010
alle 11:26

AngoloNero

Ed è tutto merito tuo se l'ho letto, Enzo :)

4
07 Set 2010
alle 10:07

BodyCold

grande scrittore :)

3
06 Set 2010
alle 21:36

AngoloNero

Ugo, Enrico è un "mac"chiano della prim'ora, credo (è anche dotato di Iphone, uno dei quali salvato miracolosamente - ho un vago ricordo del riso o qualcosa del genere...)

Fabio: l'ho fatto apposta :)

2
06 Set 2010
alle 21:26

Fabio Lotti

Intervista bellissima sciupata dalla solita domanda...:)

1
06 Set 2010
alle 13:53

U.

Bella intervista (e bel computer, ma c'entra meno) ;)

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