Il blog del mistero
Mauro Marcialis
Spartaco il gladiatore
Mondadori
Pagine 384
Prezzo 19,00 euro
La storia, credo, è nota a tutti. La rivolta degli schiavi capeggiata da Spartaco si studia fin dalle scuole elementari. Wikipedia inoltre cita almeno cinque adattamenti cinematografici, oltre a diverse opere letterarie. Quello che distingue il romanzo Spartaco - Il Gladiatore è il modo in cui la vicenda è raccontata.
Merito di Mauro Marcialis, che ha prestato la sua prosa (già vista in La strada della violenza e Io & Davide) a uno degli episodi più celebri (e violenti) della storia romana. Non c'è solo Spartaco: ci sono le storie personali che si intrecciano alla vicenda pubblica dello schiavo Trace. Floro Quinzio, soldato cresciuto all'ombra dei mos maiorum, costretto infine a scontrarsi con una realtà molto diversa da quella che gli è stata inculcata. Claudia, giovane patrizia vessata dalle convenzioni sociali, che assiste alla disgregazione della sua famiglia e dei suoi affetti. Decio, il traditore ingiustamente accusato, che sposa la causa di Spartaco. E poi Appio, Lucio, Tiziana. Ci sono Pompeo e Crasso, l'ascesa di Cesare, le lotte per il potere, la corruzione dei nobili romani. E il popolo crasso che si lascia incantare dai Ludi, che popola strade e taverne, che lotta per la sopravvivenza quotidiana.
Parafrasando il titolo di un noto romanzo, il passato è una terra violenta: siamo - purtroppo - abituati a leggere le vicende remote filtrandole con la distanza temporale, che troppo spesso ci fa dimenticare quanto sangue è stato versato. Per sedare la rivolta capeggiata da Spartaco furono uccisi 60.000 (sessantamila, non è un refuso) schiavi. Una strage.
In Spartaco - narrato da Marcialis con un linguaggio potente e toni crudi, quelli che gli sono congeniali - hanno il medesimo rilievo la parte storica e la finzione narrativa: tanto accurata la prima quanto convincente la seconda. Nella ricostruzione di Marcialis, tradimenti e inganni, vizi e sotterfugi vengono usati a piene mani con un unico obiettivo: la conquista del potere.
Parliamo però di un romanzo, che racconta anche la vita quotidiana. Un modo di vivere "naturalmente" estremo: la schiavitù è la norma, la violenza fisica (anche sulle donne, anche sulle sacerdotesse) dilaga, l'omicidio, l'abbandono dei bambini, il tradimento: tutto è lecito, a Roma, nel 70 a. C..
Ma, se è vero che la storia è scritta dai vincitori, tra le righe di Spartaco Il gladiatore non è difficile riconoscere le ragioni dei vinti.
Terza, convincente prova di Mauro Marcialis, che conferma il suo formidabile talento di narratore fuori da ogni genere.
Mio personale suggerimento: se ai nostri adolescenti (diciamo dai tredici anni in su) dessimo da leggere Spartaco, invece di una vampirata americana, sarebbe cosa buona e giusta. Rimarrebbero avvinti dalla prosa straordinaria, dalle vicende coinvolgenti, dalle emozioni vivide e attuali di oltre duemila anni fa. E imparerebbero un po' di storia, il che non guasta.
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Finalmente!...:)
È un'annosa questione e non ne verremo a capo qui...
A rose by any other name would smell as sweet, oppure a rose, is a rose, is a rose...?
Buona giornata a tutti :)
Non mi sono spiegato bene. Anche io nella pratica uso la parola "scrittore" seguita dagli aggettivi che ritengo più opportuni. Mica sto a dire tu sei un autore, tu uno scrittore...Però, almeno dentro di me, voglio mantenere alto il concetto di SCRITTORE che sta perdendo, di fronte alla marea di "scrittori" che arrivano da tutte le parti (compreso il sottoscritto), il suo significato più profondo. Sempre secondo il mio limitato e particolare punto di vista.
A sua volta questo concetto così forte mi serve per essere un lettore più attento e magari più esigente di fronte a ciò che mi si presenta quotidianamente. Tutto qui.
Fabio, non credo che le nostre idee sulla scrittura e sugli scrittori divergano poi tanto, io ne facevo solo una questione di terminologia. Diciamo che trovo corretto e onesto definire scrittore chi scrive (narrativa) per mestiere, senza stare a vedere se scrivendo romanzi riesce a pagarsi il mutuo (anche perché in questo caso temo che ne rimarrebbero fuori tanti di quelli che tu definiresti SCRITTORI e che per campare fanno altro) e senza stare a vedere se quello che scrive sono capolavori.
Tra noi autori di gialli ce n'è tanti, capaci di scrivere un romanzo con una trama solida, con personaggi che si fanno seguire, scritto in un italiano comprensibile e magari anche con uno stile personale. Di questi romanzi quanti sono capolavori o anche solo grandi romanzi? Pochini, credo; ma non per questo priverei del titolo di scrittore i loro autori.
E poi, scusa. Uno che ha scritto una ca--ta (e ce n'è tanti, oh se ce n'è) piuttosto che svicolare chiamandolo autore, o scrivente, o produttore di testi, non ci si sente molto più soddisfatti a chiamarlo scrittore sì, ma di me--a? ;)
Tra l'altro quando scrivo non è che mi metto a fare distinzioni. Ho espresso una idea in generale che ho dello SCRITTORE così come mi si è venuta creando attraverso la mia esperienza di lettore e autore. E probabilmente anche attraverso tutta una iconografia che mi è rimasta appiccicata in testa da vecchie foto di scrittori incanutiti e segnati dalle rughe. Ma certamente capisco che sia difficile condividerla.
Qui nel blog di Ale mi trovo a mio agio e dunque ho evidenziato la parte goliardica di me stesso con l'idea per niente peregrina dell'anno sabbatico. E poi, però, ho pure questa parte, definiamola pallosa e seriosa, sull'idea dello scrivere. A partire, certo, da me stesso che per avere scritto qualche racconto e qualche gialletto non mi reputo certo uno SCRITTORE come intendo io. O ammazzatemi...:)
Questo solo per farmi conoscere meglio in un blog che seguo sempre con attenzione e diletto.
Per U.
Io ho questa idea un pò vecchia e "alta", se vogliamo, di scrittore. Poi tu o gli altri fate un pò come vi pare. Mica dovete essere d'accordo con me..:)
Cara Ale
ho citato la Baraldi e non un altro proprio perché credo di avere intravisto in lei una vera SCRITTRICE. Caspiterina, per me è gia un bel complimento così. Per me...:)
Ma non si farebbe prima a dire che il tale è un bravo scrittore e il talaltro un cattivo scrittore, e magari tanti sono pessimi scrittori e qualcuno è un grande scrittore, il tutto ovviamente secondo il proprio liberissimo metro di giudizio? Perché se no sembra che uno debba avere la patente, quello lì è autore di II cat., quell'altro è scrivente di complemento, quello è scrittore con coccarda al merito... ;)
Avete scritto troppo, non penserete che io riesca a star dietro a tutti :) Con questo caldo poi!
Rispetto ogni gusto e ritengo che ognuno di voi ne abbia - giustamente - sviluppato uno marcatamente personale.
Fabio, vedo sopra di me la frase su Baraldi: se non avessi citato proprio lei come esempio, sarei stata tentata di dire che avevo capito la distinzione tra autore e scrittore. Ma Barbara è tra coloro (non pochi) che non avrei difficoltà a catalogare come scrittore, sia perché vive di scrittura, sia perché conosco l'incredibile lavoro sulle parole che compie metodicamente e indefessamente. Per tacere del fatto che è tra gli italiani (questi sì, pochi) pubblicati nei paesi anglosassoni. Che altro deve fare, uno, per essere chiamato scrittore? :)
Ancora un caro saluto a tutti gli intervenuti :)
Termino il mio pistolotto sullo SCRITTORE. Per me si diventa SCRITTORI dopo avere letto molto, moltissimo e dopo avere scritto molto, moltissimo. Dopo, cioè, che si è riusciti a creare un proprio stile con tutte le sue caratteristiche peculiari che in qualche modo lo differenziano da tutti gli altri. E se si riesce a portare anche qualcosa di nuovo dal punto di vista del contenuto. C'è chi ci arriva prima, chi ci arriva più tardi e chi non ci arriva mai se proprio non c'è pipato, come si dice dalle mie parti. Prima di diventare SCRITTORI siamo tutti autori. E, ad essere sincero, mi imbatto sempre più spesso in molti autori e in pochissimi SCRITTORI.
Porto un esempio concreto di ciò che voglio dire per farmi capire meglio prendendo come esempio una giovane autrice. Barbara Baraldi, la Baraldola come la chiamo scherzosamente io, incomincia ad avere un suo proprio stile fascinoso, sensuale e un pò baroccheggiante. A mio parere è sulla strada giusta (dovrà ancora lavorare per non cadere nello stucchevole) per diventare SCRITTRICE ed avere anche successo all'estero. Anche se tratta argomenti che , francamente, non mi sono del tutto congeniali. Questo è solo un esempio ma anche altri autori presentano, secondo i miei personali parametri, spunti interessanti per diventarlo.
Fine del pistolotto lottiano...:)
Due note su "L'istinto della caccia" di Dashiell Hammet in http://corpifreddi.blogspot.com/2010/07/listinto-della-caccia-dashiell-hammett.html . Non c'entra un tubo con ciò che stiamo discutendo ma un pò di punbblicità per il blog "Corpi freddi" di Enzone non guasta e, soprattutto, non perdetevi questo libro! (per chi non ce l'ha, naturalmente). Ripensandoci, poi, dato che ho parlato di SCRITTORI in qualche modo può pure rientrare nel discorso...:)
Caro Mauro, pare che "L'aquila di sabbia e di ghiaccio" volerà tra fine settembre e i primi di ottobre prossimi. Crepi il lupo!
Per quanto riguarda la questione dei generi (a parte che ognuno di noi li definisce in modo diverso – mi riferisco ora a quelli di stampo criminale - e quindi a un certo punto diventa impossibile, mancando il presupposto di una guida condivisa, dare “pienezza” a questo tipo di discussione) siamo in fondo, detto molto volgarmente, sempre lì: a rapportarci con il nostro personalissimo “gusto”. Altra provocazione: se qualcuno ha la sua (bella) storia col suo (bel) commissario corrotto, non dovrebbe scriverne perché ce ne sono già troppi?1) Personalmente, in nome della (presunta) originalità e per svincolarsi da alcune reiterazioni di determinate caratteristiche, ho visto parecchi autori presentare testi francamente patetici.2) Con le generalizzazioni, rischiamo inoltre di trovare nello stesso immenso calderone un Ellroy (per esempio) con decine di altri autori improponibili.E poi, sempre riguardo al “calderone”: c’è davvero chi riesce a leggere le migliaia di pubblicazioni annue che trattano temi criminali? Come si può pertanto dare un giudizio “generale” leggendone, nell’ipotesi più ottimistica, “solo 200”? Sullo status di “scrittore” sono inoltre d’accordo con Fabio. Avevo detto la mia (delirando) nel blog di Marilù Oliva (non riporto il testo, ché mi sono già allargato parecchio).
Massimo: aspetto con ansia l’uscita della tua creatura (a proposito, quando?)Al: in bocca al lupo per il tuo nuovo romanzo!Merisi, Luca, Luigi, Fabio, Enrico, Vito, Ugo, Massimo, Enzo, ariEnzo: un abbraccio, carissimi saluti!
Mi scuso per la latitanza comunicativa, ma durante il periodo estivo riesco a collegarmi raramente.
Dimenticavo, Al: Non è il giallo all'italiana che ti sta stretto, ma l'italia stessa troppo provinciale per i tuoi gusti, vero? Confessa, prima che venga di persona a tirarti fuori il rospo.
Tutto bene, Al, e tu?. Ti correggo, i miei gusti sono "viziati" (se ti piace considerala una stortura) dalla mia professione e non le mie considerazioni. Conoscere una certa realtà da "dietro le quinte" mi porta ad apprezzare solo gialli all'italiana che tengano conto di quella realtà. Altrimenti, come ha detto Enzo, non sarebbero gialli all'italiana. Leggo che anche Ugo, altro spettatore privileggiato della realtà nostrana, ha gusti simili ai miei, ma questo non significa nulla, non significa affatto che le nostre letture siano migliori di altre.
Tu, piuttosto, hai svicolato, non ti sei fermato neppure un attimo a riflettere sugli spunti che ti proponevo. Ti do tempo fino alla fine del mese, dopo ti mando i questurini di Trieste e vedremo se non la canterai tutta. ;)
In questo periodo di crisi, poi, avere una commissione (magari pure discreta) credo che faccia bene alla "pancia" e all'ispirazione...:)
@ Mauro: felicissimo di leggerti. Anch'io penso che, alla fine, per un "narratore", le costrizioni / commissioni siano poco importanti, quel che importa è quel che sente. Aggiungo un altro aspetto, che mi viene da Hitchcock. Se avete letto il libro intervista di Truffaut, saprete che Hitch spesso parla di "run for cover" (alla lettera "cercare un riparo"), ovvero della necessità di fare un film un po' più commerciale per poter poi fare quel che più gli piace. Ad esempio, Vertigo fu un fiasco (e già!), e così fece un film più convenzionale (ma non meno bello, perché un narratore è un narratore) come Intrigo internazionale. Ora, io credo che anche questo sia un problema che un professionista deve porsi: scegliere il progetto migliore a seconda delle circostanze, risolvendolo poi in base al proprio codice etico.
Io, per esempio, non accetterei di scrivere un romanzo rosa: ma per l'unico motivo che non ne sarei proprio capace. Lì, le mie caratteristiche di narratore cadrebbero miseramente.
In ultima analisi, forse "Il Romanzo di Roma" è un'operazione commerciale, anche se non capisco le perplessità di Luca (tra l'altro, mi pare comprensibile che uno possa preferire Dumas, che cavolo!): ma credo che i sei autori interpellati abbiano risolto la questione ognuno con il proprio gusto e stile, pure all'interno di paletti più o meno rigidi. Probabilmente persino le tecniche di lavoro usate, i metodi, le scelte sono state diverse e originali per ognuno.
Al, sai quanto ti stimi e ti voglia bene :D, ma il fatto di proporre storie alla Lansdale o Lilin o alla Gischler, non porterebbe il libro a essere poco "italiano"?
Non nutro sentimenti molto nazionalisti sia ben chiaro e i poliziotti fascisti mi stanno sulle balle sia sui libri che dal vivo, ma in italia si campa di "commissari Montalbani". Sul discorso etichette manco voglio entrarci che la questione noir e post-noir di fine 2009 m'è bastata e avanzata. mentre per quel che riguarda il discorso antologie, bhe, Custerlina carissimo se a ottobre mi mandi qualcosa di non Custerliniano, la birra che ti devo offrire da anni, non te la porto :P
Alessandra io preferisco i gusti trasversali a quelli indefettibilimente longitudinali. Per questo scrivo storie poliziesche all'italiana con commissari di provincia che finiscono bene ma anche storie ambientate tra gli immigrati che raccolgono pomodori nelle campagne del casertano che finiscono male (e tu e Mauro dovreste ricordare di che parlo) ;)
Sarà che sono un motociclista e mi piacciono le curve, i tornanti, gli zigzag, le soste, i ripensamenti e i cambi di meta all'ultimo minuto... ;)
Massimo, lieto di incontrarti in bytes: ovviamente confermo quello che dici (post 22) con l’unica eccezione che (nel mio caso, ovvio) Spartaco mi è stato proposto.
Commissione: ovviamente, come ha fatto notare lo stesso Massimo, bisognerebbe innanzitutto distinguere le limitazioni/costrizioni di tema, genere, scansione, stile, linguaggio, messaggio, intenzioni (politiche, sociali, didattiche…), oltre ai propositi allegorici del testo e alle questioni prettamente formali connesse al lavoro redazionale (anche l’impaginazione e la formattazione del testo possono condizionare il ritmo e il “significato” della narrazione).
Credo che però il nocciolo della questione sia sostanzialmente da ricondurre all’aspetto “etico” del singolo autore (poiché, diciamola tutta, al lettore frega zero se il libro è indotto o nasce da “urgenze de panza”).
Io il problema me lo sono posto, “eticamente”, e (sempre nel caso si possa realmente parlare di libro su commissione) sinceramente non ho trovato punti di, per dirla in un politichese che fa pendant, criticità: sono un narratore e posso e voglio scrivere di tutto. Il “devo” (che appunto presuppone a mio avviso la questione etica) nel mio caso non si è presentato proprio perché “posso” e “voglio” erano già oltre la linea di demarcazione targata “entusiasmo”, per questa sfida.
Ovviamente, la “roba proprio mia” avrà ugualmente il suo “spazio” (al di là delle sottolineature, i due diversi percorsi non sono affatto in contrasto) o forse no (considerato che la voce narrante del romanzo che scriverò prossimamente appartiene a una lavatrice, probabile che il testo non trovi neanche editore).
Massimo #29: condivido al 100%.
U. #46: idem c.s. Anche se io ho gusti molto trasversali :)
Al, meno male che non intendi eliminare il poliziesco italiano! ;)
Il che mi fa venire in mente un'altra cosa: il poliziottesco. Molti fieri avversatori del giallo all'italiana (quello dei commissari di provincia, visto come reazionario etc. etc.), sono altrettanto fieri estimatori del poliziottesco all'italiana, quel cinema degli anni '70 in cui:
a) i protagonisti erano poliziotti
b) la polizia vinceva sempre
c) per vincere la polizia adottava metodi che aiutami a dì fascisti.
Come la mettiamo? ;)
Sono tormentato: pancia o stomaco? Intestino tenue e/o crasso straordinariamente esplosivo oppure crine in eccesso? Se la cicciazza profonda intorno all'ombelico urge creatività, se sprigiona lazzi irriverenti facendosi gialla e poi trhiller, fin anche noir, può fermare il turbinio di coiti romanzati concepiti dai follicoli ermafroditi e anche tanto autarchici, abbarbicati, avvinghiati, come parassiti, tra i folti peli cresciuti sullo stomaco del giallista, noirista, e chi più ne ha più ne aggiunga? Nello specifico di Mauro, è simpatico e pure bravo, nonostante, ahimé... la fiamma gialla. ( chissà se è il colore giusto), per quanto riguarda i massimi sistemi, beh... piuttosto che avere gabbie o plot precostituite... divento reazionario!
Ciao Vito, tutto bene? ;)
Sapevo che saresti intervenuto e ho la risposta pronta: temo che le tue considerazioni siano viziate dalla tua professione. ;)
E se provassimo a scrivere un altro tipo di romanzo, senza poliziotti e senza indagine? Una storia più o meno nera non deve per forza essere poliziesca. Con tutto il rispetto, mi pare eccessiva questa presenza massiccia delle forze dell'ordine all'interno della narrativa, come se altrimenti non si potessero scrivere storie di genere.
Faccio degli esempi che dovrebbero servire da spunto. Gli autori/romanzi che cito di seguito usano poco o niente la polizia nei loro romanzi (al limite come comprimari o in termini "ambientali"): Lansdale, Manchette, Leonard (un po' di più degli altri ma comunque non in maniera smodata), Winslow (forse ne "Il potere del cane" un po' di più, ma non l'ho ancora letto), Nicolai Lilin, Victor Gischler...
Ecco, con questo non dico di eliminare il poliziesco italiano, ma per la miseria, qualcuno potrebbe anche scrivere altro, per equilibrare un po' la situazione...
@Al fai pure ma non articolare troppo che non ne vale la pena :)
Comunque per me lo sai, è tutto giallo, per motivi affettivi... e l'etichetta serve solo per sapere in quale scaffale della libreria andare a trovare il libro :)
Al, ti lamenti dell'eccesso di provincia, ispettori, commissari e casi risolti nel giallo italiano, ti offro tre spunti di riflessioni:
1) a parte 4/5 milioni di italiani che vivono nella 4/5 grandi (si fa per dire) città d'Italia gli altri 65 milioni d'italiani vivono in provincia e la stragrande maggioranza degli omicidi avviene in provincia;
2) quelli che indagano sul 99% degli omicidi in italia sono poliziotti e carabinieri;
3) oltre il 90% dei delitti avvenuti in Italia vedono (per fortuna) l'assassino condannato (non ti far fuorviare dai casi di cronaca giudiziaria non risolti o mal risolti che imperversano in televisione).
Riflettici un po', ma, per i miei gusti, un giallo all'italiana che si rispetti non può prescindere da questi tre elementi di realtà ;)
Piccolo rilievo psicologico. Uno che perde una partita a scacchi non tenta di uccidersi ma, semmai, tenta di uccidere l'avversario...:)
Tieni presente che nei giudizi sono piuttosto stitico e dunque non ti aspettare...:)
U., quello l'ho detto io, non tu ;) per spiegare il mio punto di vista. Cmq, per me le etichette sono importanti e vanno usate bene, che ci vuoi fare, ho una formazione linneana... Cmq questo discorso m'interessa particolarmente e in attesa di vedersi di persona (sarebbe anche ora) butterò giù qualcosa di scritto che sia più chiaro e articolato.
Fabio, non occorre, mi godrò la suspense e la leggerò su Thriller. Spero solo tu abbia apprezzato la scena della partita a scacchi. Mi sei venuto in mente mentre la scrivevo (ti seguo sui vari blog e sapevo della tua passione)... ;)
Al non mi far dire cose che non ho detto :)
Io non ho parlato né di divorzi né di personaggi simpatici morti. Io dico che se una storia è ben scritta riflette la realtà del nostro mondo sia se per protagonista ha un commissario sia se ha un randagio nichilista e disilluso; e se una storia riflette la realtà del nostro mondo difficilmente può suonare consolatoria!
Tutto il resto, dicevo, sono etichette. E tutto il resto dipende solo da *come* la storia è scritta. Il tutto, ovviamente, imvho e ben sapendo che è facile fraintendersi e spiegarsi male in questo genere di discussioni :)
La recensione è già pronta per la pubblicazione ma non so quando verrà messa in onda da Mauro. Se vuoi la posso inserire, Ale permettendolo, nel tuo apposito spazio. Per me non c'è problema
U., io non la metto come dici tu, forse mi sono spiegato male, ma tra giallo e noir c'è la stessa differenza che c'è tra rock'n'roll e blues. E poi, per me il giallo e il thriller sono "reazionari" perché sono consolatori e/o buonisti e/o borghesi, perché il Male perde sempre e le Forze del Bene (dell'Ordine) trionfano. E anche se resta qualche paranoia perché il commissario alla fine ha dovuto divorziare oppure qualcuno di simpatico è morto, be', non mi sembra che basti per entrare nel dominio del noir.
Fabio, mi fa piacere che tu mi abbia letto e che ti sia piaciuto (seppur con qualche rilievo). Del resto, ben vengano le critiche e le osservazioni, che sono l'unico modo per crescere, oltre a scrivere e riscrivere come dici tu (cosa che faccio da anni accompagnandola con metodo e studio). Quando esce la recensione?
Per essere più chiaro sul concetto di "scrittore". Uno scrive, scrive, scrive e piano piano (ma piano piano...) impara ad essere scrittore...:)
Ora però non mi assalite di brutto né mandatemi accidenti che ho già la prostata a farmi girare le palle.
@Al Custerlina
Ho letto il tuo ultimo libro (posso darti del tu?) e l'ho trovato interessante con alcuni rilievi che per farmi del tutto contento ce ne vuole. Ho spedito la recensione a "Thriller Magazine". Ho voluto subito sottolinearlo perché non c'entra assolutamente niente con il discorso sullo "scrittore" che ho fatto. Questo sia chiaro e lampante.
@Massimo.
Tu hai fatto distinzione tra scrittore dilettante e professionista. Io, invece, volevo dare maggiore risalto alla parola "scrittore" che per me ha un valore più profondo di quello che comunemente gli viene dato. Non mi riferisco a nessuno in particolare ma, semmai, il mio voleva essere un invito indiretto a studiare, lavorare sodo, scrivere e riscrivere e ancora scrivere e riscrivere, insomma farsi il classico culo, prima di sentirsi davvero scrittori. Anche perché mi pare che ci sia in giro una inflazione di scrittori che scrittori ancora non sono anche se lo potranno diventare. Diciamo un invito alla prudenza. Questo intendevo dire in ambito generale e questo ribadisco.
Io vedo (non da ora né mi riferisco a te, Al) la tendenza a riproporre tra cosiddetto giallo e cosiddetto noir la stessa dicotomia che una volta c'era tra il giallo e la "Vera Letteratura". E francamente speravo di essermene liberato... il resto sono solo etichette, comprese "destra" e "sinistra", che stento ad applicare in modo così categorico. È reazionario, o di destra, Camilleri? I suoi sono gialli, e non mi si venga a dire il contrario! Sono consolatori i suoi romanzi, anche se alla fine Montalbano cattura sempre il suo uomo? A me non sembra. Non lo erano nemmeno i romanzi di Maigret...
@Al, perché non sei d'accordo sulle antologie? Non penso si possa dire che sono tutte di qualità bassina...
Effettivamente il post di Lotti non l'ho capito nemmeno io.
Per quanto riguarda i noir, forse se ne scrivono pochi, ma di etichette se ne appiccicano troppe.
Massimo e U., secondo me non è il noir che impera ma il poliziesco/giallo e a questo mi riferivo definendolo "reazionario" (ma non per forza di destra). In Italia di noir se ne scrivono pochissimi, forse uno all'anno. Io ho dubbi sull'etichetta noir perfino per i miei.
Sulla "commissione" sono d'accordo con le ultime affermazioni, tranne che per le antologie o certe collane tematiche che, come appuntava LB citando VerdeNero, spesso hanno una qualità bassina.
Non capisco, invece, a cosa/chi si riferisce Fabio Lotti nel suo ultimo intervento.
Sulla parola SCRITTORE vorrei dire la mia. Io ho scritto tre gialletti e qualche racconto ma non sono uno SCRITTORE, perché durante la mia vita mi sono dedicato soprattutto agli scacchi (ho scritto centinaia di articoli e diversi libri). Se avessi cominciato a scrivere gialli o qualsiasi altra cosa letteraria trenta o quaranta anni fa allora molto probabilmente sarei potuto diventare uno SCRITTORE. Ora sono semplicemente uno che scrive e mi pare di essere in buona compagnia anche con coloro che si credono SCRITTORI...:)
Non c'entra niente o forse sì, ma non ricordo chi ha detto: "La differenza tra uno scrittore dilettante e un professionista è che lo scrittore dilettante scrive quando ha l'ispirazione, lo scrittore professionista scrive anche quando NON ha l'ispirazione."
Se questo è vero (e io credo che lo sia), allora il discorso commissione sì/no cade da solo.
Aggiungo, a proposito di scrivere su commissione: e le antologie? Le migliori in genere hanno un tema preciso, che il curatore affida ai singoli scrittori. È scrivere su commissione anche quello, e non mi pare dia cattivi risultati. O meglio, dà risultati buoni o cattivi a seconda di chi scrive, come alla fine è sempre... ho scritto racconti per tre antologie noir e non mi sono mai sentito limitato dal fatto di dover rispettare un tema richiesto. Una volta era il vino, un'altra la Costituzione (e Mauro ne sa qualcosa...) e un'altra ancora era una lama (ma lì l'antologia era il risultato di un premio cui avevo partecipato senza averlo vinto, e ne sa qualcosa LB).
Che poi uno se non se la sente può anche declinare l'invito...
Non è la prima volta che succede, sono assolutamente d'accordo con Massimo sul cliché, Alessandra sa che ho usato quasi le stesse parole, qui e sul mio blog! Toccherà incontrarci, prima o poi.
Due rapide provocazioni, prima che la birra prevalga.
Destra? Io ho sempre trovato "di destra", al limite del fascista, certi eroi di certo noir: individualisti, superomistici, violenti, machisti e chi ne ha più ne ista...
Commissione? Alcuni capolavori di ogni tempo sono stati creati peggio che su commissione, sono stati creati per procurarsi onorificenze e/o guadagni. I Concerti Brandeburghesi, per dire, chissà perché si chiamano così... Altre epoche, certo, ma qualcosa vorrà pur dire.
fabrizio, mi sembri leggermente fuori asse: scrivere per un concorso letterario a tema è ben diverso da quello che si intende nel post. lo scrivere su commissione per una grande casa editrice, tipo mondadori, tipo per questa collana storica, comporta ben altri paletti di cui non posso parlare solo perchè li conosco di rimando, e dubito che qualcuno si sbottoni.
Ciao a tutti, io scrivo su "commissione", nel senso che se trovo un concorso letterario interessante, ne seguo il tema, quindi è "su commissione". Quello che scrivo su commissione spesso mi piace. Ma al contempo la commissione è "di pancia". Vedo la storia e devo buttarla giù, metterla per iscritto. Tre giorni furiosi per un racconto. A me piace e se considero il prodotto buono, perchè non pubblicarlo? Ci sono molte raccolte di otto Pezler scritte su commissione: c'è un tema e gli autori invitati mandano un racconto. Non sono sempre malaccio gli scritti su commissione. Simenon ha scritto delle ottime cose su commissione. Thomas Harris ha scritto porcherie su commissione. La qualità prescinde dal "movente". L'opera è a se stante.
Sulle fiction italiane stendo un velo pietoso, io guardo solo gli americani, attualmente sto in fissa con Fringe e Life on Mars.
Quanto alla letteratura, è vero che esiste una certa tendenza al cliché, che peraltro è insita nella narrativa di genere. Pensa ai detective privati americani dopo Spade o Marlowe o Archer: legioni. Attenzione, però: io noto una certa tendenza al cliché nel noirismo imperante. Quanti altri poliziotti corrotti o soli-contro-il-sistma o complessati, quanti altri trans buoni e sfruttati, quanti pusher, quanti pornografi-pedofili-erotomani sfigati, quanti serial killer dalla fantasia sfrenata dovremo ancora sopportare? Quante città degradate, puzzolenti, piovose?
Massimo, condivido la tua osservazione sulla "commissione".
Riguardo agli scrittori di genere "reazionari", osservavo che non si tratta di un "semplice" rispetto di certe tradizioni, ma di un ostinato radicamento di cliché che sarebbe ora di buttare alle ortiche. Non senti anche tu, per esempio, nell'ambito del poliziesco italiano (chiamiamolo così) un'aria stantia?
Commissari e ispettori di provincia impazzano ancora come ai tempi di Maigret e del commmissario Pepe e le storie si risolvono ancora e sempre con la cattura dei cattivi per buona pace del lettore. Non ti sembra che la grandissima parte della produzione di genere italiana (anche nel cinema e nella tv) abbia perduto quel mordente che aveva ritrovato negli anni '60 e '70? Non ti pare tutto troppo "rosa", troppo buonista, troppo consolatorio? Oppure troppo politically-correct?
Entro nel discorso sia perché sono anch'io uno scrittore di genere, sia perché partecipo al progetto "Romanzo di Roma".
Un bit informativo che forse può aiutare nella discussione: è vero che i romanzi di questo ciclo sono su commissione, ma forse bisognerebbe spiegare in cosa si sostanzia questa "commissione". A me personalmente, ma credo che questo valga per Mauro e gli altri, hanno solo chiesto se volevo partecipare al progetto, cosa che ho accettato con piacere. Nessuno ha mai premuto perché io scrivessi in un certo modo piuttosto che in un altro. Nessuno è mai intervenuto sulla trama. Addirittura, io stesso ho scelto l'argomento, cioè Marco Aurelio e il suo tempo.
Se questo è lavoro su commissione...
In che senso, gli autori di genere sono reazionari? Forse in loro c'è un quantum di tradizione con cui devono fare i conti?
messa giù così suona meglio, prima sembrava proprio che tutti gli scrittori stessero attenti solo al risultato delle vendite.
sulla questione reazionari non mi pronuncio, sono fuori dai giochi.
Grazie: recensione e commenti sono davvero generosissimi.
Riguardo alle “spinose” questioni, proprio perché (almeno con questa pubblicazione) sono in parte “dentro” il circuito editoriale di cui si fa cenno, mi trovo nella (kafkiana) posizione di poter esprimere solo pareri irrilevanti.
Giro però un’altra “provocazione” in relazione ai romanzi su commissione, che nasce da mia vecchia considerazione: alcuni tra i migliori talenti del panorama italiano non hanno il “passo” del romanziere (il fatto, in sé, non è certo un problema: sono ottimi autori di racconti e di poesie, oppure magnifici “visualizzatori” di singoli momenti o stati d’animo).
Per questi autori eccellenti, avere la gabbia di un plot o di un tema ben definito, può realmente essere di grande aiuto.
Può magari essere questo il “ragionevole compromesso” per soddisfare le aspettative editoriali (gli editori sono aziende e il dogma si chiama necessariamente reddito) e dare nel contempo “voce” all’autore che si ritiene meritevole?
Grazie ancora, cari saluti a tutti!
Sarà una tristezza per chi ha velleità letterarie di alta quota, caro Merisi, non di certo per chi fa letteratura popolare o intrattenimento che dir si voglia. Qui siamo su Angolo Nero, qui la letteratura popolare trionfa. ;)
Io, per esempio, sono vissuto e vivo di arte popolare da sempre: letteratura di genere, cinema, musica, arti visive ecc. Ebbene, per muoversi in questo campo, l'occhio lo devi tenere allenato perché questa è la regola aurea grazie alla quale riesci proporre cose tue ma nuove, fresche e di gran qualità. Con questo non voglio dire che io stia scrivendo noir perché vendono, ma di certo non posso scrivere come scriveva Scerbanenco o Hammet. Erano altri tempi, oggi ce ne sono di nuovi e su questo io tengo l'occhio. "Modernità continua" è il mio cavallo di battaglia. Spero di riuscirci.
Ma lo sapete cosa mi è venuto in mente in questo momento? Che la gran parte degli scrittori di genere attuali sono dei gran reazionari. Ci dovrò fare un post, prima o poi.
la storia degli scrittori di pancia è una minchiata, su questo non ci piove. tenere d'occhio il mercato, i lettori o un fortunato clichè invece è una tristezza. (ma su questo punto ci siamo già scornati, alberto, l'ho voluto solo rimarcare.)
Con i miei 105 kg posso essere considerato uno scrittore "di pancia"?
Dai, ragazzi/e, sappiamo bene che se scrivi su commissione non scrivi ciò che vuoi tu e soprattutto non come lo vuoi tu!
E poi (finalmente lo dico pubblicamente) 'sta storia degli scrittori "di pancia" mi pare una gran minchiata. Come se uno non riscrivesse, limasse e adattasse tenendo un occhio al mercato, ai suoi lettori oppure al fortunato cliché che sta portando avanti da anni. Ma dai! (Perfino Stephen King, quando è uscito dallo schema, si è preso una valangata di critiche ed è subito rientrato in riga).
:)
L'eneide è stato scritto su commissione, la cappella sistina affrescata su commissione, il campanile di giotto costruito su commissione... e la pancia? conta e molto ma se non è governata dalla mente e guidata dal cuore rischia di fare disastri e certamente resta vuota.
Ho letto questo libro e mi è davvero piaciuto. Non sono un lettore di storici, ma questo di Marcialis mi ha incuriosito. Di lui ho letto e mi sono piaciuti Le strade della violenza e il racconto su Anime nere. È uno tosto, Marcialis, versatile (non ho letto Io e Davide, ma da quanto ho capito è di un genere molto diverso dagli altri), e anche se in questo romanzo la sua "voce" sembra un po' più controllata (editing massiccio, forse, per raggiungere gli appassionati di storici che magari apprezzano una scrittura un po' più "piatta"), mantiene una certa incisività e l'ho apprezzato fino all'ultima riga.
Concordo con Merisi. Lo scrittore può scrivere anche di culo (passatemela) basta che lo faccia bene. Sul discorso della collana verde-nero riporto quello che ho già scritto per il blog del giallo Mondadori
"Una piccola parte del nostro giallo se ne sta andando verso l’ecologia che ormai tutte le strade portano a Roma. E non dico che faccia male. Per carità di Dio che mi saltano tutti addosso. Osservo e appunto. Appunto e osservo. E osservando e appuntando e viceversa rilevo che c’è pure la collana “Verde Nero” che si occupa di questi problemi: smaltimento illegale dei rifiuti, discariche abusive, inquinamento dei fiumi, speculazione edilizia, la tragedia degli operai della Solvey, morti bianche, morti dovute al contatto con l’amianto e insomma un bel fardello di cose che non vanno. E qui ci trovo nomi altisonanti che la penna la sanno tenere in mano e sanno ben coniugare il fatto individuale con l’ambaradan generale. Lieve perplessità mi coglie se qualcuno pensa che il giallo (sempre inteso in senso lato) costituisca la panacea di tutti i mali. Ambientando un romanzo poliziesco (non ancora partorito) nelle zone del terremoto in Umbria non è che le case risorgano miracolosamente da sole".
Anche io ho letto qualcosa e insomma...lo scrittore è chi scrive "di pancia" e chi scrive (anche) "su commissione". l'unica discriminante è il talento: chi ce l'ha esce vincente in tutti i casi.
Ale, io non ho niente contro la scrittura "su commissione," anzi. Per dire, Ed McBain ha scritto i primi tre romanzi dell'87° Distretto, negli anni Cinquanta, proprio perché glieli aveva commissionati la casa editrice.
Il problema sta in ciò che ti viene commissionato, come in questo caso. Sarà che a me dei romanzi storici che si scrivono adesso, salvo rarissime eccezioni, non può fregare di meno.
Devo anche dire che mio nipote quattordicenne (io sono sprovvisto di figli), avido lettore di fantascienza e fantasy, si è divertito mille volte di più a leggere i Tre Moschettieri che i primi due volumi della serie "il romanzo di Roma" cui appartiene anche il libro di Marcialis.
Per quanto riguarda i VerdeNero, ne ho letti cinque o sei e non m'è venuta tutta 'sta voglia di leggerne altri. Non arrivo quindi a dire quel che ha detto Luigi nel messaggio numero 9, ma in effetti...
mah, per Verdenero tutti hanno scritto il loro peggior libro. sarà un caso?
Su questo argomento vorrei aprire un post a parte. E cioè: lo scrittore è chi scrive "di pancia" oppure chi scrive (anche) "su commissione"?
Primo esempio. Lo scrittore che, pur avendo iniziato con lo scrivere ciò che vuole, viene messo sotto contratto per una trilogia, scrive ciò che vuole lui o scrive ciò che il suo editore vuole?
Secondo esempio. Chi scrive per la collana VerdeNero - nella quale la tematica generale è fissa per tutti, ed è quella ambientale - come va considerato?
Ho una serie di riflessioni in mente, prima o poi mi deciderò a scriverci su un post, ma intanto mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi.
Ale, che Mauro abbia fatto un buon lavoro è fuori discussione (e preciso che il libro l'ho letto, non sto parlando per partito preso).
E' questo tipo di operazione, a restarmi parecchio sullo stomaco.
Mmmm cioè che Marcialis è sprecato su Spartaco?
Forse sì, Luca. Però lui il suo compito l'ha fatto bene. Il risultato c'è, e si "sente" la voce di Marcialis.
L'editing di Mondadori, invece (purtroppo mi sono dimenticata di parlarne) lascia a desiderare. Conoscendo Mauro, sono certa che anche i refusi non siano dipesi da lui...
come non dare ragione anche a te, luca? ma non posso esprimermi sulla questione...
Io invece sono di parere del tutto opposto, e credo che il notevole talento di Marcialis meriterebbe ben altre opportunità.
Quando vedrò Mondadori offrire a Mauro la possibilità di pubblicare quel che davvero ha voglia e necessità di scrivere, allora sì che cambierò idea.
sottoscrivo parola per parola, ale, anche se sai quanto mi costa fare apprezzamenti ad un finanziere.
Bella recensione, ma non credo di dire una cosa molto originale. E sottoscrivo in pieno la tua considerazione finale, è una cosa che sostengo pure io da molto tempo. Ovviamente invano.
alle 15:15
U.
Oh Fabio, c'ho n'età e due neuroni manco troppo in forma ;)