Il blog del mistero
Presentazione romana per il secondo volume della "trilogia di Belleville": Rue de la Cloche (Marsilio), che segue di un anno la pubblicazione del primo libro, Y. L'autore, Serge Quadruppani, si definisce un intellettuale di sinistra. Francese, vive a metà tra Parigi e Roma. Cura una collana di noir per l'editore Metailié, è traduttore dall'italiano di alcuni nostri grandi autori (Camilleri, De Cataldo, Carlotto...). E scrive noir dal netto taglio sociale.
Il protagonista di Rue de la Cloche è un traduttore, Léon Jacquet, che proprio a causa del suo mestiere si trova invischiato in una storia losca, intorno alla quale gravitano interessi molto grandi. Léon deve tradurre Dead Job, un libro in cui sono raccontate alcune cose importanti, ma lui in realtà non lo legge: lo "subappalta" alla sua donna, con la quale poi litiga. Ma qualcuno cerca Léon per sapere cosa c'è scritto in quel libro.
Paolo Petroni (a sinistra nella foto) nota il parallelismo tra Quadruppani e Daniel Pennac: Serge mostra il lato nero e oscuro della Parigi di Pennac. Anche qua ci sono dei capri espiatori (come Malaussène), vittime designate coinvolte in trame oscure. Come in Pennac sullo sfondo c'è Belleville, che Quadruppani racconta in modo meno benevolo e più critico: Mi piace molto Belleville, è un quartiere vivace, creativo. C'è vita, ci sono personaggi multietnici. Ma Pennac descrive Belleville in modo consolatorio, io invece cerco di far emergere l'amarezza, la durezza della vita.
Rue de la Cloche esiste davvero: c'era un solo palazzo. E Quadruppani ci ha abitato.
Ci sono poi delle similitudini tra l'autore e il suo personaggio: Ho abitato a Rue de la Cloche. Sono traduttore. Adesso scelgo cosa tradurre per la mia collana, ma prima traducevo per campare e ho tradotto cose di cui ora mi vergogno. I consigli di bellezza di Lady D., Margareth Thatcher, cose così. Ho frequentato donne tipo Juliette, mi sono trovato a dover rispondere a domande sul terzo capitolo quando non avevo ancora iniziato a leggere il manoscritto... In questo romanzo c'è molto di me. Certo, non ho mai ammazzato nessuno anche se a volte ne avrei avuto voglia...
A proposito della violenza, Quadruppani afferma di condannarla sempre e comunque: C'è, in letteratura, un certo livello di estetizzazione della violenza che non mi piace. Nel romanzo che ho appena finito di scrivere, ambientato per metà in Francia e per metà in Italia, c'è la scena di una strage: ho descritto il prima e il dopo, non il durante. In Rue de la Cloche invece ho scelto la strada del'ironia come nei fumetti. Ma la violenza è sempre orrenda. Ne La breve estate dei colchici (che in francese è il titolo di una canzone ma in italiano non ha senso...) c'è un personaggio che dice di odiare la violenza ma di essere contento di vedere la morte di un altro personaggio, un palazzinaro. Però in generale non voglio mitizzare la violenza.
Rue de la Cloche è leggermente datato, è stato scritto nel 2001. E si parla della guerra d'Algeria: È stato un po' il Vietnam francese. Un po' come gli anni Settanta in Italia, di cui ancora non si parla in modo aperto. Prima o poi se ne parlerà.
Alla domanda "Che tipo di scrittore sei?", Quadruppani risponde candidamente:
Quando inizio a scrivere più o meno so come finirà, conosco certi snodi della storia. Ma se mi stufo di un personaggio lo ammazzo. La mia lingua è difficile da tradurre perché ci sono molti giochi di parole, registri diversi. Anche quando parla il narratore, mi piace parlare in modo da dare un profumo, un colore alle persone.
Interrogato su cosa trovi di interessante nel panorama nostrano ed europeo, Quadruppani risponde che in Italia adesso sono interessanti De Cataldo, Wu Ming, Camilleri. La New Italian Epic. C'è un filone di scrittori che ritiene che l'idea che raccontare sia molto importante. Il racconto ha una dignità. Non c'è ironia o trasfigurazione della realtà, si racconta ciò che si vede.
Il modo in cui usano la lingua ha anche un'influenza sulla letteratura francese. A poco a poco si potrà parlare di una letteratura europea. Oggi questi libri servono a raccontare cose che nessun altro racconterebbe. I libri dei giornalisti, che raccontano fatti, hanno uno scopo; ma la letteratura è molto utile perché aiuta a capire il senso generale, a dare una veduta di insieme delle cose e a mettere i fatti in rapporto tra loro.