Il blog del mistero
Paola Barbato
Il filo rosso
Rizzoli
Pagine 350
Prezzo 19,00 euro
«Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane. Chi rimane vivo, chi rimane in attesa, chi rimane e combatte, contro tutto e tutti, contro quell’ingranaggio farraginoso che si chiama “Giustizia”. Rimangono, sono i sopravvissuti. Siete i sopravvissuti, tutti voi. Annaspate nel sangue delle vittime che vi vengono sottratte, osservate impotenti i carnefici che vengono giudicati innocenti, infermi di mente, spogli di prove sufficienti che li inchiodino. Sopravvivete a tutto questo, e ciò fa di voi degli eroi. Tu sei un eroe, Antonio. Anche se non lo credi, anche se Lara non lo crede, anche se il mondo intero non lo crede, tu sei e rimani un eroe.»
Antonio Lavezzi conduce un'esistenza ordinata in modo maniacale. La sistematica e metodica ripetizione di gesti gli serve per riempire tutti i momenti di un'esistenza ridotta a mera sopravvivenza da quando la sua vita familiare si è frantumata. Il brutale assassinio della figlia, il coma e la separazione - senza una parola di addio - dalla moglie Lara, hanno costretto Antonio a ricostruirsi una facciata in una città diversa. Lavora come ingegnere edile nella ditta di un amico di infanzia che, di settimana in settimana, gli propone qualche potenziale fidanzata. Ma Antonio non ha nessuna intenzione di rifarsi una vita, non fino a quando una parte del suo cervello dovrà necessariamente rimanere sigillata per non pensare alla tragedia che gli è successa. Tragedia della quale non è mai stato trovato il colpevole.
Un giorno, nel cantiere di cui Antonio è responsabile, viene rinvenuto un cadavere. Pochi essenziali indizi lo inducono a pensare che tra la sua personale tragedia e quel cadavere ci siano dei legami. È solo l'inizio di un'incredibile spirale che coinvolge Antonio. Manovrato da un burattinaio ferocemente etico, Antonio diventerà strumento di vendetta e dispensatore di giustizia privata. Nella speranza che prima o poi arrivi il momento catartico della sua personale rivincita. Ma quando arriverà, quel momento sarà il peggiore di tutti.
Il nuovo romanzo di Paola Barbato, Il filo rosso, ha tutti i numeri per competere ad altissimo livello nel panorama editoriale nostrano. Sia per la scrittura, a cui Paola presta molta attenzione, sia per la trama, ingegnosa e avvolgente. Ma ciò che colpisce è l'emotività "di pancia" con cui viene raccontata la storia di Antonio. In un romanzo (noir? thriller?) che parla di dolore e dolore, ci sono infiniti spunti e molteplici facce da cui guardare alla sofferenza. La conclusione è che la sofferenza genera altra sofferenza, che si perpetua indefinitamente e si irradia come i cerchi concentrici nello stagno in cui viene lanciata una pietra.
Paola Barbato, in prossimità dell'uscita, ha tenuto un blog in cui racconta a ritroso la genesi del romanzo - una foto - e la progressione della scrittura. Si potrebbe dire che il blog fa parte integrante del libro: in chi non ha ancora letto il romanzo suscita curiosità, a chi lo ha letto dà delle risposte alle prime, facili domande che possono venire in mente. L'autrice - già vincitrice del premio Scerbanenco nel 2008 con il romanzo A mani nude) si è gentilmente prestata a rispondere a qualche domanda.
AB - "Gli scheletri non escono mai senza permesso": questa è la frase che dà al protagonista, Antonio Lavezzi, la forza di gestire razionalmente un'esistenza che sotto il profilo emotivo è andata in pezzi. Nel momento del dolore, a quali forze bisogna fare appello?
PB - Non c'è una ricetta né per affrontare né per elaborare il dolore. Per un dolore assolutamente IDENTICO (nei fatti) ho visto persone cercare di buttarsi dalla finestra e altre iniziare compitamente a organizzare il funerale. Personalmente adotto il metodo "alla Rocky" e mi ripeto "Non fa male, non fa male, non fa male...". Non risolvo niente, ma mi consente di fare quello che va fatto (e in ogni dolore c'è sempre qualcosa che va fatto).
AB - "L'apparenza, questa grande, infinita risorsa": alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi e andare a lavorare. Fare finta di vivere anche quando dentro qualcosa si è spezzato. Nel tuo libro racconti come una vita finita (che avrebbe teoricamente potuto rimanere così per sempre) trovi improvvisamente una nuova ragion d'essere, sebbene feroce e adrenalinica. È pur sempre una via d'uscita. Ma se la vita di Antonio non avesse avuto questa svolta inaspettata, cosa gli sarebbe accaduto?
PB - Come dice lui stesso, avrebbe aspettato la vecchiaia, un giorno dopo l'altro, un giorno uguale all'altro. Finchè sarebbe morto.
AB - Nel romanzo viene menzionato Facebook, questo nuovo strumento infernale che ha cambiato le relazioni, che permette di nascondersi, sparire e rinascere sotto falso nome. Oltre che di incontrarsi, come è accaduto a te e a me. Come vivi il rapporto con i social network e le relazioni virtuali?
PB - Bene, a me Facebook piace. Non ho mai tempo per telefonare, scrivere, mi perdo un sacco di gente per strada. Attraverso Internet almeno so come stanno, cosa fanno, riesco persino a scambiarci due parole. Pare poco, ma è tanto, invece.
AB - "Antonio X, non l'uomo in linea retta, non il povero Lavezzi". Ciò che accade ad Antonio muta la percezione che lui ha di se stesso. Fino a un certo punto, però. Dovendo scegliere fra Antonio e il suo carnefice (di cui parleremo dopo), a chi vanno le tue "simpatie"? A quale dei due ti sei sentita più affine?
PB - Indubbiamente io sono tutta dalla parte dell'assassino. L'abulia di Antonio è anni luce lontana da me. Quanto meno l'assassino crede in qualcosa, e FA qualcosa, pur se con una percezione totalmente distorta del bene e del male. Io detesto i rimpianti, preferisco i rimorsi. Ecco: Antonio è un uomo fatto di rimpianti, l'assassino potrà avere solo rimorsi.
AB - "Il dolore è un filo sottile": solo? Il dolore è più spesso una tempesta fisica, almeno nella mia esperienza. Quando diventa un filo sottile è già passato. Anche se certi dolori si portano fino alla morte, e a volte portano alla morte. È solo una considerazione...
PB - No, la definizione è precisa. Il dolore è una cappa che ti isola dall'esterno? No, l'esterno c'è e si intromette. È una bomba che ti distrugge? No, perchè ci sei ancora. È qualcosa di subdolo, che ti avvoltola come una mummia, prima fuori, poi dentro, ti copre tutta, ti sembra di non vederlo, impari a guardarci attraverso ma c'è. E quando credi di esserti abituata comincia a segarti la carne a penetrare, a essere IN TE più di quanto tu stessa sia IN TE. Questa è la mia esperienza personale.
AB - Nel tuo romanzo hai creato un carnefice spavetosamente intelligente, adattativo e manipolativo al tempo stesso. Che però è talmente alienato dal mondo da non avere possibilità di reinserimento, al punto che sceglie volontariamente la morte. È lui l'eroe vero del romanzo, quello che ha trovato da solo la via del riscatto e che paga per tutti, nonostante si sia macchiato di crimini infami. Condividi?
PB - A suo modo, pur involontariamente, sì, è quanto di più vicino a un eroe si riesca a immaginare in quel contesto.
AB - Paola, tu vivi di incubi: li scrivi per Dylan Dog e li descrivi nei tuoi libri. Di cosa bisogna avere paura? E di cosa NON bisogna avere paura?
PB - Non bisogna avere paura di ciò che si è. L'ignoranza di sè, il non conoscersi, il non volersi conoscere ci rende pericolosi per noi stessi e per gli altri. Accettare i lati oscuri e anche quelle cose brutte che pure fanno parte di noi è fonte di grande sicurezza.
Di cosa avere paura? Della società? Del genere umano? Non vedo nessun pericolo che non arrivi dalla nostra specie.
paola scrive libri bellissimi, complimenti. Pieni di umanita' crudezza verita'. Mai noisa ( e io ne ho letti tanti di libri). Anche la sceneggiatura del " Nome del male" è particolare, intrusiva. Brava.
Ferma restando la libertà di pensiero garantita costituzionalmente, voglio evidenziare che il commento di Sergio Rufo mi trova in assoluto disaccordo.
Bilico era un ottimo romanzo, Il filo rosso lo è altrettanto, per le argomentazioni già esposte nel post. E la Barbato non è mai stata un caso editoriale, anzi: tutto quello che ha vinto lo ha conquistato sul campo, senza sconti.
Dio, ancora la Barbato. Bilico fu quanto di peggio si poteva leggere qualche anno fa in questo genere. Scrittura banale per non dire di piu'; trama scontata al parossismo ; meta' volume di effetti speciali macabri, l'altra meta' a spiegare il perche' di questi effetti macabri.
Notevole, davvero.
Per un libro simile ( romanzo?) del resto bastava la copertina per capire a cosa si andava incontro: in Bilico tra una lettura inutile e una lettura assolutamente da evitare. Eppure, anche in questo caso, si monto' un caso editoriale invadendo le vetrine delle librerie di questo oggetto non identificato.
Ale, ultimamente ho letto un sacco di libri dove c'è la solita paginetta in corsivo dedicata ai farfugliamenti dell'assassino o ai dubbi e ai rovelli dei personaggi. In questo momento ho detto basta almeno per un pò e quindi, non appena mi sono trovato di fronte alle famose frasette in corsivo del libro di Paola Barbato, l'ho riposto nello scaffale. Non c'entra niente con il contenuto che sarà senz'altro pregevole. E' semplicemente una mia scelta in questo momento. Può darsi, magari, che lo acquisti fra un pò di tempo.
Ma non ci sono frasette in corsivo! E comunque è solo una scelta di norme redazionali, che c'entra con i contenuti?
Basta che me le cambi in stampatello...:)
Ok, non comprare il mio allora: ci sono le frasette in corsivo ;)
Devo essere sincero. Stasera alla "Feltrinelli" di Siena l'avevo anche preso in mano. Poi ho visto le solite frasette in corsivo e l'ho posato. Non ne posso più. Se qualche autore scrive un libro tutto in stampatello ne compro una decina.
È davvero un bel libro, Fabio :) (Come lo era Bilico)
Paola Barbato è qui davanti a me. Non di persona, certo, ma il suo primo libro "Bilico" vicino a Dianne Emley, Lynda La Plante, Michelle Wan e Ian Guillou. In buona compagnia, dunque. Speriamo che le porti fortuna.
alle 20:51
AngoloNero
Per fortuna ogni tanto qualcuno interviene per fare un complimento... :)