Il blog del mistero
Ho appreso la notizia quasi in diretta durante una delle mie rare notti insonni. Stanotte alle 3, dal palmare, ho letto il resoconto di Ugo Barbàra sul premio Scerbanenco. Forse era già nell'aria: a giudicare dalla votazione tecnica che ha designato la cinquina di finalisti, la vittoria si giocava tra i primi due, Bucciarelli e Vichi, entrati in finale con lo stesso numero di voti "tecnici". La battaglia tra i due è stata combattuta - non tra i due autori, eh, ma tra chi supportava l'uno e chi supportava l'altra - e alla fine l'ha spuntata Vichi, con menzione speciale a Bucciarelli per l'originalità della scrittura e la profondità psicologica dei personaggi.
Rinnovo l'invito agli organizzatori a "ripensare" il premio sia nelle fasi preliminari (selezione dei libri, voto della giuria popolare) sia nella fase finale, magari con votazione palese dei giurati e discussione dei motivi per cui si è scelto un libro piuttosto che un altro. E ancor più in generale inviterei a una seria riflessione su "di cosa parliamo quando parliamo di noir".
Ciò detto, ecco un breve stralcio dell'intervista a Marco Vichi, pubblicata sul DAG 2010:
Marco Vichi ha pubblicato complessivamente undici libri (nove romanzi e due raccolte di racconti), ma è certamente per il commissario Bordelli, giunto ora alla sua quarta avventura, che il pubblico di lettori di gialli lo ricorda meglio. In Morte a Firenze (Guanda) Bordelli torna dopo un'assenza di oltre quattro anni dalla scena letteraria.
Questa volta il commissario fiorentino è alle prese con la sparizione di un bambino: i genitori hanno tardato nel passare a prenderlo all'uscita di scuola e lui si è avviato, da solo e sotto la pioggia, verso casa. Da quel momento Giacomo Pellissari è scomparso nel nulla. Viene ritrovato dopo qualche giorno, in un bosco, morto.
Il commissario Bordelli indaga, ma siamo a Firenze nei primi giorni del novembre 1966: ben presto lo straripamento dell'Arno rischia di seppellire (letteralmente) l'indagine. E invece Bordelli, tenace, non vuole cedere: intuisce che dietro il rapimento e l'uccisione di Giacomo si cela un criminale (o forse più d'uno) della peggior specie…
AB - Marco, quattro anni e mezzo di assenza sono tanti, per un personaggio seriale. Anche se tu in questi anni hai ovviamente continuato a pubblicare, pur in assenza di Bordelli. Non temevi di perdere il pubblico degli affezionati?
MV - Sono tanti, sì, ma la preoccupazione più grande è sempre quella di scrivere un romanzo brutto. Meglio temporeggiare in attesa dell'ispirazione giusta.
AB - Firenze è molto presente nel tuo ultimo romanzo, a partire dal titolo e dagli eventi, che si svolgono a ridosso dei giorni dell'alluvione del 4 novembre 1966, che tutti ricordiamo. E poi le strade, descritte così accuratamente. Che rapporto hai con la città? E, se ti va, anche una riflessione su come Firenze sta cambiando.
MV - A Firenze ci sono nato e cresciuto, poi sono scappato in campagna. Firenze è comunque una città che non si fa dimenticare, nel bene e nel male. È cupa e lugubre, ha un'animaccia nera che non sempre, o forse quasi mai, viene colta da chi ci passa pochi giorni come turista. È una città che cambia lentamente, sotto la pressione dei cambiamenti del mondo. È un po' ripiegata su se stessa, e ciò che avviene “oltre le mura” la sfiora soltanto.
AB - Omaggi incrociati: il tuo commissario Bordelli collabora con un tal colonnello Arcieri... che, proprio in quei giorni, si occupava del caso di un cadavere ritrovato dopo l'alluvione (si veda il romanzo L'angelo del fango di Leonardo Gori - Rizzoli). Che rapporto c'è con Leonardo Gori? E con gli altri scrittori citati nei ringraziamenti finali?
MV - Gori mi ha dato un grande aiuto per questo romanzo: non solo per una lunga chiacchierata con lui che mi ha risolto alcuni snodi della trama, ma anche per tutto il materiale cartaceo che mi ha gentilmente prestato, materiale da lui già adoperato per scrivere il suo romanzo per Rizzoli. Gori è anche un caro amico, così come Enzo Carabba, Emiliano Gucci e Divier Nelli. Gli altri scrittori che ringrazio sono Curzio Malaparte, Beppe Fenoglio e Max Aub… amici solo attraverso i libri.
AB - E ancora, citi Villa Triste ed Alfonso Epaminonda Troia, già presente in un romanzo di Lucarelli e, con un nome diverso, nel recente Un bell'avvenire di Marco Videtta. Ci sono ancora forti echi del fascismo, nel 1966, ma si respira anche il vento del cambiamento (vedi la bella e disinvolta Eleonora). Come mai hai scelto di ambientare le storie di Bordelli nel recente passato, piuttosto che nel presente?
MV - Non è stata una scelta studiata a tavolino. Quando ho cominciato a scrivere le prime pagine della prima storia del commissario Bordelli, non sapevo nulla di lui e non sapevo in che epoca avesse vissuto, ma dopo poche pagine mi è stato tutto chiaro. Gli anni Sessanta sono un momento cruciale della storia italiana, e il '68 è l'inizio del crollo delle vecchie strutture ottocentesche che ancora gravavano sul costume del nostro paese. La Storia esigeva un cambiamento, e questo è avvenuto attraverso l'insofferenza, “vestita” in buona fede di ideali politici, della nuova generazione che non sopportava più un sistema vecchio e irrigidito che non sarebbe mai cambiato senza quello “scossone”.