Il blog del mistero
Io odio le folle e normalmente le evito, ma oggi farò un'eccezione per andare a vedere The Red Riding Trilogy (1974, 1980 e 1983) al Festival internazionale del Cinema qua a Roma.
Nell'attesa vi ripropongo una mia intervista (datata 2005, credo) a David Peace di cui ho un ottimo ricordo. Ovviamente nell'intervista si parla di quartet (tra i libri di Peace c'è anche 1977) e non di trilogy. Voilà.
La mia infanzia con lo Squartatore dello Yorkshire
In attesa dell’uscita di Millenovecento83 (Marco Tropea editore, a giugno), quarto e ultimo episodio del Red Riding Quartet, David Peace parla della sua particolarissima interpretazione del noir.
Inserito da Granta nella lista dei venti autori britannici under 40 più interessanti, Peace è uno degli esponenti di spicco del noir inglese, quello cattivissimo delle periferie industriali e dei mostri che seppelliscono cadaveri in giardino con la connivenza di familiari troppo deboli, o troppo ciechi.
Il suo Red Riding Quartet è ispirato alle indagini sulla figura dello Squartatore dello Yorkshire, che imperversò nel Nord dell’Inghilterra dal 1969 al 1980. I primi due volumi, 1974 e 1977 sono stati pubblicati in Italia da Meridiano Zero, mentre per Marco Tropea è già uscito Millenovecento80 ed è in programmazione l’ultimo, Millenovecento83.
AB – David, come mai questa scelta di dare ai tuoi libri un titolo così lapidario, il nome dell’anno?
DP – Volevo che il lettore venisse calato fin da subito nella realtà storica, nel contesto in cui si svolge la narrazione. Credo che sia molto importante. Io penso che per capire perché, in un certo momento, è venuta fuori la figura di questo serial killer, lo Squartatore, bisogna conoscere il background storico, sociale, che ha fatto da sfondo ai suoi crimini.
AB – I fatti dello Squartatore sono accaduti oltre vent’anni fa. Eppure tu ancora scrivi di quel periodo. Come mai?
DP – Andare indietro agli anni della mia adolescenza – calarmi in quel tempo, ascoltando musica e guardando film di quegli anni – ha fatto sì che io rivedessi quelle vicende con occhi diversi. Non più gli occhi di un bambino, ma gli occhi di uno scrittore che si documenta. E, nonostante abbia già scritto quattro libri – e un quinto, GB84, appena pubblicato in Gran Bretagna, sul periodo Thatcher e i lavoratori delle miniere – sento che ho ancora tanto da dire su quegli anni. Erano anni di profonda depressione e di profondo disagio, e le persone si comportavano reagendo alle pressioni sociali in maniera violenta, o spaventata, ma comunque alterata. L’Inghilterra è molto diversa, oggi.
AB – David, qualche dettaglio biografico: nato nel Nord dell’Inghilterra nel 1967, la tua infanzia e prima adolescenza sono state segnate dall’aver vissuto nei luoghi in cui agiva lo Squartatore dello Yorkshire. In che modo quella vicenda ti ha influenzato?
DP – Era una cosa che noi bambini sentivamo molto. All’inizio la paura che lo Squartatore potesse essere uno della tua famiglia – tuo padre, magari. Poi venne fuori una cassetta con la registrazione della voce dello Squartatore (cassetta che, in seguito, si scoprì essere un falso, ma allora noi non lo sapevamo), e l’accento era molto diverso, non era un accento della nostra zona. Nel frattempo, però, lo Squartatore, che all’inizio uccideva solo le prostitute, aveva ucciso donne “normali”, come potevano essere mia madre o mia sorella.... quindi arrivò il timore che la prossima vittima potesse essere mia madre. Ecco, io sono cresciuto con l’idea che dovevo scoprire chi fosse lo Squartatore per proteggere la mia famiglia. E anche, sì, perché ero appassionato di fumetti di avventura, e avevo questo gusto per l’investigazione... Io e mio fratello raccoglievamo tutti gli articoli di giornale sullo Squartatore e passavamo ore e ore a leggere e investigare.
AB – Millenovecento80 è un libro molto duro. Quanto è finzione, e quanto realtà?
DP – Naturalmente, lo Squartatore è una realtà, un fatto. Ho cambiato il nome, tuttavia, anche se ho usato uno degli alias che anche lui aveva usato. E ho cambiato i nomi delle vittime, e le date degli omicidi, per una forma di rispetto verso di loro e verso i loro familiari. Quei fatti sono ancora molto vivi, nella memoria collettiva. Non volevo sfruttare il loro dolore per creare un libro che, alla fin fine, è una forma di svago. Io ho scelto, ho scelto di scrivere e ho scelto quest’argomento, ma loro, le vittime, non hanno avuto scelta. Non volevo che il loro dolore venisse banalizzato.
AB – E la corruzione tra i poliziotti, il loro coinvolgimento negativo nelle indagini, i ritardi dovuti a incompetenza... tutto vero?
DP – Sì, tutto vero. I nomi sono diversi, ma, per quanto ne sappiamo, è tutto accaduto più o meno come descritto nel libro.
AB – Come hai fatto ad avere queste notizie? Come sei arrivato a una conoscenza così dettagliata delle procedure della polizia?
DP – I giornali ne hanno molto parlato, ai tempi. Poi ho letto le carte processuali, mi sono documentato a lungo. E, in effetti, per la parte strettamente procedurale, avevo un paio di amici in Polizia, proprio nelle zone in cui sono avvenuti i fatti, che mi hanno dato notizie utili. È stata la parte più difficile, perché volevo che questi dettagli fossero molto curati, non approssimativi.
AB – Immagino che questi amici, ora non siano più amici...
DP – No, al contrario, anche a loro i miei libri sono piaciuti molto. So che i poliziotti, in Inghilterra, se li consigliano a vicenda.
AB – Sei stato paragonato a James Ellroy. Anzi, Giuseppe Genna, scrittore e critico, ha detto che sei anche meglio di Ellroy. Come ti fa sentire?
DP – Mi lusinga, ovviamente, Ellroy è un grande scrittore. Ma trovo che ci siano delle differenze, tra lui e me. Tutti e due abbiamo scritto un Quartet (quello di Ellroy è il L.A. Quartet, n.d.i.), ma credo che ci siano differenze sia nel modo di vedere la realtà che rispetto ai personaggi. Ellroy è “cattivo” con i suoi personaggi, io sono più empatico, nei confronti della loro sofferenza. Ma anche Yukio Mishima ha scritto il Sea of Fertility Quartet, forse per alcuni aspetti mi ritrovo di più nella sua opera.
A proposito, conosco Genna: a Milano ha presentato il mio libro e poi siamo stati a cena insieme. Trovo che abbiamo molto in comune, a partire dalla visione del giallo come strumento di denuncia sociale, di narrazione della realtà corrotta e violenta. Genna è grandissimo, ascoltarlo è come andare a lezione.
AB – Sono d’accordo con te. David, nel tuo Millenovecento80 ci sono molte citazioni: Alesteir Crowley, e poi Shakespeare, Dante... Fanno parte del tuo background culturale o...?
DP – No, in realtà no. Ho letto Dante solo in traduzione, purtroppo. Questi autori fanno parte delle mie letture, della mia cultura in generale, ma non scolastica. Le citazioni non sono precise, sono volutamente “manipolate”, alterate. Voglio che il lettore abbia la sensazione di leggere qualcosa che è allo stesso tempo familiare e allarmante.
AB – Mi spieghi il significato di questi “stream of consciousness” che hai disseminato nel libro?
DP – Volevo dare una voce alle vittime, al loro dolore. In qualche modo, pensavo a queste anime come in una specie di limbo (per tornare alla citazione di Dante), anime che non riescono a staccarsi dal momento in cui hanno subito la violenza e tornano a ripercorrerlo, mentalmente, incessantemente. Ogni vittima è protagonista di una trasmissione – “trasmissione uno, trasmissione due...” – come se il loro pensiero provenisse da una radio, si irradiasse tutto intorno.
AB – C’è qualche aspetto del libro, qualche personaggio, nel quale ti riconosci particolarmente?
DP – Tutti. In tutto il libro c’è buona parte di me, naturalmente, non si può scindere me e il libro. E penso che in ognuno di noi ci siano aspetti di debolezza. Tutti fanno errori – io ne ho fatti tanti – e i miei personaggi sono esattamente così. Sono confusi, si sbagliano, hanno paura, agiscono per motivazioni a volte anche abiette.
AB – David, da quanto tempo vivi in Giappone?
DP – Dieci anni.
AB – Pensi che in qualche modo la tua esperienza in Giappone ti abbia influenzato? Io non conosco molto del Giappone, ma ci sono in giro dei film, come The hole o The ring, o dei videogiochi, come Project Zero e la serie di Silent Hill, che fanno davvero paura. Trovo che i giapponesi abbiano un modo di creare la suspense che è veramente terrificante, fa venire i brividi. Credi che questo abbia qualche influenza sul tuo modo di scrivere?
DP – Direi di no. In realtà io non sono molto addentro alla cultura giapponese. Parlo il giapponese ma non lo leggo, quindi conosco gli autori solo attraverso la traduzione. E quando lavoro sono molto isolato. Cerco, quanto più possibile, di ricreare l’ambientazione della quale scrivo, ascoltando musica e guardando film del passato, e non parlo mai con mia moglie delle cose che scrivo. In una cosa, però, la vita in Giappone mi ha molto cambiato. Il senso della disciplina. In realtà, scrivere mi ha dato una grande disciplina. A vent’anni, pensavo a bere e a poco altro. A trenta, e con due figli, ho un senso della responsabilità completamente diverso e conduco una vita molto più ordinata. Scrivere mi ha dato metodo e disciplina. Scrivere, davvero, è l’unica cosa che avrei saputo, e voluto, fare.
AB – A cosa stai lavorando adesso?
DP – Come dicevo, è appena uscito in Inghilterra GB84, che non è propriamente un giallo, ma che è ambientato in un periodo molto duro, violento, dell’Inghilterra thatcheriana... credo che comunque a chi ama il noir piacerà.
(Questa intervista è stata pubblicata sul numero 2 del Falcone Maltese)
alle 16:05
AngoloNero
Sì, in effetti mi sembra un'occasione da non perdere :)