Il blog del mistero
Per la seconda volta ho il piacere di ospitare un racconto inedito, scritto appositamente per l'AngoloNero da Giuseppe Merico.
Giuseppe Merico vive e lavora a Bologna. È redattore del settore narrativa della rivista Argo. Ha pubblicato un libro di short tracks con Giraldi nel 2007, Dita amputate con fedi nuziali. La seconda raccolta di short stories si chiama Aspettando gli squali, è accompagnata da una prefazione di Marcello Fois ed è in via di pubblicazione presso la Coniglio editore. Ha scritto racconti per Inchiostro, Argo, L'accalappiacani e per il secondo quaderno della scuola elementare di scrittura emiliana a cura di Paolo Nori.
“I racconti di Giuseppe Merico, così fulminanti, colpiscono come certe immagini dalle quali non si riesce a distrarre lo sguardo” - Luigi Bernardi
L'illustrazione è di Magira.
GATTOCASTELLO di Giuseppe Merico
Pensò che se fosse stato un aquilone si sarebbe potuto portare in alto sulla piazza, vicino al campanile della chiesa e rimanendo sospeso là in alto, avrebbe potuto osservare tutto con un certo distacco e forse ne avrebbe tratto giovamento. Ma lui non era un aquilone e il suo nome non iniziava nemmeno con la A. Si scansò per far passare due belle commesse dall'aria frettolosa che reggevano due cappuccini, disse in tono sommesso: “Scusa, scusate...”.
Ma le due non ci fecero caso, si sedettero al tavolino del bar e contemporaneamente attaccarono a parlare al cellulare, a bere cappuccini bollenti, a fumare sigarette, a scrivere su palmari, ad annotare cose su agendine, ad aggiustarsi le calze in nylon, a sorridere e a parlare tra loro.
Pensò che se fosse stato piccolo come un angolo di un tramezzino avrebbe potuto starsene lì sulla tovaglia bianca, accanto al posacenere e ai pacchetti di sigarette e avrebbe ascoltato tutto quello che le due belle commesse avevano da dirsi, senza pretendere altro. Ovviamente lui non sarebbe mai stato un tramezzino.
Il barista gli lanciò un'occhiataccia, lui capì al volo e senza trattenersi oltre si alzò dalla sedia e strascicando i piedi si allontanò dal bar ché il barista non voleva che se ne stesse lì ore e ore senza nemmeno una consumazione.
Lanciò uno sguardo al cielo e gli sembrò bello e blu con qualche nuvola bianca ai margini a impreziosirlo. Gli si affiancò l'edicolante, un uomo grasso dagli occhi che bruciavano.
“Cosa fai, Gattocastello?”. Gli chiese l'edicolante dagli occhi che bruciavano.
“Guardo il cielo” rispose lui cercando di evitare quegli occhi azzurri che pareva nascondessero un fuoco. L'edicolante sorrise dell'ingenuità di Gattocastello.
“E cosa ci vedi nel cielo?”.
“Blu” rispose lui stando sempre attento ai suoi occhi. “Ce li hai gli Alan Ford?“ chiese Gattocastello.
“Certo” rispose l'edicolante.
“Allora metti in conto che li vengo a prendere.”
L'edicolante, nonostante fosse munito di quegli occhi, era un brav'uomo. Scoppiò a ridere e disse: “E quando me lo paghi il tuo conto?”.
Gattocastello però era già scomparso e correva in direzione dell'ufficio postale che portava una grossa P gialla su in alto.
L'edicolante lo guardò bonariamente da lontano e sussurrò tra sé e sé: “Ciao, Gattocastello”.
L'addetta alle poste era una donna magra che viveva da sola in una vecchia casa all'entrata del paese. La casa l'aveva ereditata dai suoi genitori, entrambi morti in un incidente aereo. Fu il loro primo viaggio volante e anche l'ultimo. L'assicurazione della compagnia aerea mandò un assegno all'addetta delle poste scusandosi dell'inconveniente. La morte è un inconveniente.
L'addetta alle poste oltre ad essere magra, tanto che quando il vento soffiava forte non si sapeva come facesse a rimanere al suolo, era anche una appassionata lettrice di tutti quei libri che entravano in classifica, i libri più venduti per intenderci. Sono quei lettori dai quali conviene stare il più lontano possibile. Al momento nella sua borsa tarocca di Louis Vuitton c'era “La solitudine dei numeri primi”, libro tutt'altro che solitario e un libro di Fabio Volo, che poi ancora oggi c'è da chiedersi chi sia mai questo Fabio Volo. L'addetta alle poste magra e lettrice di bestsellers comperava le sue letture da quindici euro l'una all'interno dell'ufficio postale: in un angolo erano sguaiatamente allocati tutti quei libri che il mercato decide di farci leggere.
Gattocastello la salutò brevemente, le chiese se stesse per aprire, lei fece cenno di sì con la testa, poi Gattocastello cercò di staccare una gomma da masticare appiccata al suolo, gli rimase impigliata tra le mani così che le sue dita filavano una pasta rosa alla fragola, l'addetta alle poste era già dentro. Gattocastello chiese se fosse arrivato il suo pacco, l'addetta alle poste gli disse di aspettare, sparì in un posto dietro al bancone, poi tornò con un pacco lungo e stretto. Gattocastello scoppiò in un applauso, c'erano altre due persone nell'ufficio postale, ma non ci fecero caso.
Il giorno in cui Gattocastello diventò Gattocastello era un giorno come un altro, il bar della piazza vedeva avvicendarsi le solite facce, erano gli anni ottanta di tante cose che ora non ci sono più. Le due del pomeriggio, la televisione su in alto mandava Bim Bum Bam, alcuni indossavano i Levi's 501. C'erano due videogiochi grossi e neri nell'angolo, se inserivi duecento lire potevi giocare, se perdevi o la partita finiva appariva la scritta Game over. C'era Pac Man e Gattocastello, nel primo c'era una palla con la bocca che mangiava pallini colorati e frutta e dovevi stare attento a non farti mangiare dai fantasmini, nell'altro c'era un gatto con un brutto sorriso stampato in faccia che saltava sulle nuvole. I proiettili esplosero dalla porta del bar, un solo ferito, Gattocastello. Era stato un vecchio a sparare, il padre di Gattocastello, che aveva scambiato il bar per la macchia in cui andava a caccia, peccato che Gattocastello non fosse un fagiano. I pallini dello schioppo, un vecchio fucile da caccia, si aprirono nell'aria e si aprirono a raggiera e si aprirono sulla testa del barista che si nascose dietro al bancone e si aprirono nella testa di Gattocastello che diventò Gattocastello e si aprirono sulla faccia di Uan, il pupazzo rosa, e la televisione esplose e i vetri caddero per terra. I pallini si aprirono in un giorno nel quale Gattocastello venne ricoverato all'ospedale della città, non quello del paese, quello della città. Il vecchio padre rimase col fucile imbracciato come in un sogno, fermo a guardare il sangue del figlio caduto come cade il figlio del padre e come solo il figlio del padre può cadere. Gattocastello venne operato d'urgenza, un pallino aveva leso una zona cerebrale devoluta ad affari importanti quale il riconoscimento delle facce e il linguaggio. Gattocastello dormì per due settimane e quando si risvegliò era Gattocastello. Il padre venne ricoverato in un ospedale psichiatrico con un bel parco pieno di Forsythie, gli anni ottanta finirono e Pac Man divenne un'icona.
Gattocastello disse: “Grazie, ringraziamo, ringraziate, ringrazio.”
Ma l'addetta alle poste era già alle prese con un altro cliente e non vedeva l'ora di sbarazzarsene per continuare la lettura dei suoi libri più venduti.
Uscì dall'ufficio postale portando sotto il braccio il suo bel pacco di carta marrone, il cielo blu era ancora lì. Sulla strada verso casa, Gattocastello incontrò un suo vecchio amico di prima, un suo coetaneo sulla trentina, uno che si era laureato in ingegneria e passava tanto tempo lontano dal paese sempre in giro su treni e aerei. Il tale faceva Accaramboni di cognome e voleva che tutti lo chiamassero per cognome, così per darsi un tono e di fatto nessuno si ricordava più il suo nome. Gattocastello sì, se lo ricordava. Lo salutò con una mano, mentre l'altra reggeva il pacco.
“Ciao Mirko, ciao Mirkino, ciao Mirko, Mirko, Mirko...”
L'ingegnere fece finta di non vedere e di non sentire e continuò per la sua strada. Gattocastello rimase a guardarlo senza capire. Molte cose Gattocastello non le capiva più, ma a volte pensava che fossero gli altri a non capirci più niente e forse aveva ragione. Attraversò il paese per il lungo. Prima di arrivare a casa si fermò in un posto al limitare dei campi di pannocchie americane, era un posto che gli piaceva. All'incrocio di due strade sterrate c'era una Madonnina tutta sbrecciata che nessuno pregava più, l'altarino era stato imbrattato con lo spray e le ortiche quasi la nascondevano tutta. Talvolta, Gattocastello passava di lì e si fermava a lasciare qualcosa: una lattina di coca cola, un vecchio numero di Alan Ford, un copertone di una bicicletta che non usava più, una vecchia Bibbia, un pacco di sedanini rigati aperti, un paio di stivali per andare a pesca. Una volta ci portò anche il suo frigorifero che non andava più, facendosi aiutare dal netturbino che aveva una piccola ape, e il frigorifero e tutte le altre cose erano ancora lì. Gattocastello rimase fermo a guardare il suo altare pagano e un sorriso gli sfiorò le labbra e le braccia gli sfiorò così che queste presero a mulinare in aria e il sorriso era così forte che non si dimenticò nemmeno delle gambe e Gattocastello, se qualcuno lo avesse visto, sembrava danzare al suono di una musica che sentiva solo lui, lui e la sua Madonna scesa in terra: la Madonna della spazzatura.
È che a suo padre gli era venuta una fissazione. Un'idea malsana e bislacca aveva fatto breccia nella sua testa e il povero vecchio non riusciva a liberarsene. Senza nessun motivo che potesse rafforzare le sue ipotesi folli, immaginava che suo figlio Gattocastello se la facesse con sua moglie, la signora Ada. Ogni abbraccio materno veniva visto da lui come un segno incontrovertibile di incesto. Ogni qualvolta Gattocastello diceva: “Ti voglio bene mà” ecco che il padre ci ricamava sopra storie morbose che vedevano Gattocastello e la madre avvinti l'un l'altro dietro i panni stesi in giardino, quando lui non c'era. Una volta, mentre erano a cena, si alzò di scatto e disse: “Me la pagherete cara voi due”. Gattocastello e la madre si guardarono senza capire, il padre si alzò da tavola e sbatté la porta dell'ingresso. Rimase tutta la notte fuori a fumare e quando la moglie lo pregò di ritornare in casa, lui la chiamò “puttana”. Il giorno dopo il padre sparò a Gattocastello, la signora Ada morì di crepacuore mentre Gattocastello era in coma.
La casa non era né bella né grande, ma era una casa. Era stata la casa dei suoi genitori quando loro c'erano ancora e adesso che non c'erano più era la casa di Gattocastello e dell'assistente sociale che veniva un giorno sì e un giorno no a chiedere come stesse. Lui rispondeva bene, poi preparava il caffè e l'assistente sociale, un tipo dall'aria sciatta e un po' in sovrappeso e un po' pieno di guai anche lui, lo beveva ringraziando ogni volta Gattocastello che lo guardava standosene vicino al lavello e al frigorifero.
Aprì avidamente il pacco, i pezzi caddero sul pavimento, non erano tanti, ma di fatto Gattocastello non sapeva come andassero assemblati o montati o avvicinati o messi assieme. Passò tutta la giornata a girarli tra di loro, alla fine venne fuori qualcosa di simile a quello che doveva essere un oggetto allungato, nero e pesante che lui non sapeva come maneggiare. Si disse soddisfatto. Il giorno dopo, Gattocastello si sarebbe alzato presto, prima dell'alba e si sarebbe diretto con passo convinto a far visita al padre.
Si alzò presto, prima dell'alba, la casa era ancora buia perchè la luce del sole non era ancora stata creata. Si preparò del latte, versò due cucchiai di zucchero in un pentolino, poi ci versò del caffè e infine il latte. Lo zucchero era invitante, bianco e brillante. Lo versò vicino alla fiamma, sul fornello, ne versò una grossa quantità, un monticello bianco. La fiamma lambì lo zucchero e lo glassò così che questo prese a fare un odore caramelloso. Gattocastello si dimenticò del latte nel pentolino e la sua colazione fu invece zucchero glassato, il latte continuò a bollire fino a quando non scomparve completamente lasciando una parvenza solida e biancastra della sua esistenza nel piccolo pentolino. Il fornello rimase acceso e Gattocastello lo lasciò così e in tal modo uscì di casa. Chi, quella mattina, vide Gattocastello potè giurare che era proprio lui ad affrettarsi per le stradine del paese con un grosso fucile a tracolla.
Aspettò che il sole nascesse da qualche parte e aspettò che suo padre venisse fuori accompagnato dalle infermiere. Il posto era un po' più in alto rispetto al giardino dell'ospedale psichiatrico, una sorta di collinetta artificiale sulla quale il comune aveva piantato un gruppuscolo di alberi dai nomi esotici. Aspettò che suo padre fosse proprio lì dove lui voleva che fosse. Il posto era l'ultimo che Gattocastello avrebbe visto. Aspettò che le infermiere lasciassero da solo suo padre, seduto sulla panchina dove sedeva ogni giorno. Il posto era ideale, non troppo lontano né troppo vicino. Aspettò che suo padre fosse sotto mira e lo fosse bene, anche se i proiettili non mancavano. Il posto vide partire uno sparo tra gli alberi. Aspettò un attimo, giusto un attimo, poi suo padre cadde. Il primo proiettile andò a conficcarsi sulla panchina di legno, alla destra del padre come un Gesù sbagliato, il secondo proiettile invece lo colpì al torace. Gattocastello sorrise, ma non gli bastava. Sparò un secondo colpo, un terzo. Vennero le infermiere, le guardò da lontano. Loro guardarono in direzione della collinetta e degli alberi. Lui le guardò senza salutarle, il fucile imbracciato. Poteva vedere il sangue di suo padre raccogliersi come cosa morta sul prato. Le infermiere urlarono spaventate pensando che Gattocastello avrebbe anche potuto sparare su di loro. Ma lui non lo fece, voleva solo sincerarsi che suo padre fosse morto e quando capì che per il vecchio non c'era nulla da fare, fu il posto sulla collina e tra gli alberi a vedere Gattocastello che si puntava il fucile dritto in faccia e premeva il grilletto. Lo sparo echeggiò in lontananza, raggiunse gli anni ottanta e i numeri di Alan Ford e l'edicolante grasso e l'addetta delle poste che leggeva pessimi libri e l'ingegnere Accaramboni e la madonnina della spazzatura e raggiunse tutti coloro che avevano conosciuto Gattocastello. Li raggiunse come un ronzio smorzato, un fischio flebile nelle orecchie, poi scomparve e tutto tornò come prima.
Volevo mettere il link anche su FB, ma da qui non posso, rimedio stasera!
Sì, molti non hanno commentato, ma mi hanno scritto su fb. Grazie Alessandra.
Oh bene, sono contenta che vi sia piaciuto :)
Grazie a Al Custerlina e a Vito B.
Giuseppe, oltre a essere un amico, è un ottimo scrittore e credo che presto avremo da lui belle novità!
bel racconto!
Complimenti a Giuseppe Merico e a te Ale per aver pubblicato Gattocastello. Mi piacerebbe un giorno leggere un romanzo scritto da lui, perchè se tanto da tanto...
alle 11:47
Rossella R.
Bello Gattocastello, mi è proprio piaciuto. A tratti mi ha fatto pensare ad alcuni passaggi di "Memoriale" di Volponi...non so perchè, l'ho letto tanto tempo fa.