Il blog del mistero

L'intervista con Chris Abani, autore di Abigail - una storia vera (Fanucci), è stata una autentica sorpresa. Pur avendo letto il romanzo - che ho trovato poetico e struggente - non ero preparata al fatto che Abani, nigeriano di nascita, ha riferimenti culturali e sociali completamente diversi dai nostri. A cominciare dai suoi trascorsi africani ("Ho scritto il mio primo romanzo a 16 anni. Due anni dopo ci fu una rivolta in Nigeria, che ripercorreva più o meno la trama del mio libro, così il governo diede per scontato che ci fosse un mio coinvolgimento nella vicenda. Sono stato incarcerato e torturato, dopo di che sono diventato un attivista politico, come molti studenti della mia generazione"). A 26 anni Abani si trasferisce in Inghilterra e adesso vive negli Stati Uniti, dove insegna scrittura creativa all'Università della California.
Abbiamo conversato a lungo e sarei andata ancora avanti, se il tempo non fosse stato tiranno, catturata dalla sua capacità di dire cose semplici e profonde al tempo stesso.
A voi il giudizio.
AB - Come sei diventato uno scrittore?
CA - Quando avevo 10 anni ho scritto un racconto e ho partecipato a un concorso per maggiorenni. Ho vinto, sono stato pubblicato in un’antologia. Sono stato uno scrittore fin da allora.
AB - Si parla spesso della contrapposizione tra chi scrive per professione e chi scrive perché sente l’urgenza di scrivere. Tu di che categoria sei?
CA - Credo che antrambe le cose siano vere. Esattamente come chi fa musica. Io credo di far parte della prima categoria. Sento l’urgenza di fare arte, di essere creativo. La cosa che mi riesce meglio è scrivere, poesia e fiction, ma suono il sassofono, e dipingo, anche se non sono bravo a fare queste cose. Non credo però che si tratti di una forza misteriosa. Credo che molti di coloro che fanno arte da piccoli sono stati bambini molto timidi, che non si sentivano amati, quindi essere creativi diventa un modo per essere accettati. Io scrivo sempre, è il mio modo di dare un senso al mondo.
AB - Quando ho letto Abigail non sapevo che tu scrivessi poesie, ma mi sono resa conto che il ritmo, e le immagini, erano poetici, e che c’erano numerosi riferimenti alla poesia. In che modo la poesia influenza la tua scrittura?
CA - Immagina gli assi cartesiani. La narrativa sta in superficie, sul quadrante in alto a destra. La poesia va in profondità, sul quadrante in basso a destra. Se pensi alla scrittura come una foresta, il romanziere parlerà di come si sta nella foresta, il poeta si concentra sulla foglia e usa la foglia come una metafora. Il poeta presta molta attenzione al linguaggio e lo usa per rappresentare l’ineffabile, qualunque cosa pensiamo che esso sia. Lo scrittore è più focalizzato su come catturare l’attenzione del lettore per dargli piacere. È vero però che nella buona letteratura il linguaggio oscilla sempre tra il quadrante superiore alto e quello superiore basso.
AB - Il tuo libro si intitola Abigail – Una storia vera. È realmente una storia vera?
CA - Non sono responsabile per questo titolo, che è stato scelto dall’editore italiano. Nella versione americana il romanzo si intitola Becoming Abigail. Tutti i miei romanzi parlano di becoming, di divenire. Anche L’ambigua follia di Mister Black. Ma non sono romanzi di formazione. Si tratta piuttosto di cambiamento. Mi piace il cambiamento, giorno per giorno. Non è una storia vera, nel senso che non esiste "una" Abigail, ma è una storia reale, di tante Abigail nigeriane che vengono sfruttate come prostitute. Il fenomeno di riduzione in schiavitù delle donne a scopo di prostituzione è vero. Ricordo di aver visto al telegiornale la notizia di una donna nigeriana che era stata portata dai parenti in Inghilterra per – apparentemente – fare la baby sitter e che invece era stata segregata, tenuta al gelo e picchiata per convincerla a prostituirsi. Ho visto il volto tumefatto di quella donna e ho cambiato canale, volevo negare a me stesso che una cosa del genere potesse accadere. Questi elementi subentrano quando scrivi un libro. Quindi è un libro sulla verità in senso filosofico, sulla realtà.
AB - A un certo punto si dice che ci sono sempre seconde possibilità.
CA - Sì, gli Igbo (nome che designa sia un gruppo etnico che una lingua nigeriani, n.d.b.) pensano che anche dopo la morte hai sempre una seconda possibilità. Dipende dalla concezione del tempo. Nella cultura occidentale si tende a pensare che il tempo sia una progressione lineare, e che questa concezione sia una conquista culturale. Ma non sappiamo se sia vero. Nei testi sacri indiani uno dei saggi racconta che un cigno lo rapisce e lo porta in cielo, e che la terra vista dal cielo somiglia ad una ciotola di porridge. Se guardiamo le immagini prese dai satelliti, è vero che la terra vista dallo spazio somiglia a una ciotola di porridge. Dunque è possibile che il tempo non sia lineare, ma ciclico, e che ciò che è successo in passato si ripeta. Per gli Igbo, e più in generale per alcune culture, puoi sempre reinventarti. Se muori povero, e tuo figlio diventa ricco, puoi avere un secondo funerale. Attenzione, lo fanno anche gli americani quando vanno in California e si rifanno il mento, le labbra, il naso, e quando tornano indietro sembrano più giovani. (ride, ovviamente)
AB - Nel libro sembra non esserci un giudizio morale. Eppure ci sono persone che si comportano molto male con Abigail. Anche se lei rimane, fino alla fine, naif...
CA - Naif significa che non si è consapevoli delle conseguenze. Abigail è pura, ma non naif. È consapevole delle conseguenze delle sue scelte e sceglie di agire indipendentemente dalle conseguenze. Ci piace credere che i bambini siano innocenti, che non facciano scelte. Non è vero. Ci piace pensare che le cose siano bianche o nere, giuste o sbagliate. Ma la verità sta sempre nel mezzo. Se togliessi ad Abigail l’unico momento nel quale lei sceglie, come scrittore starei facendo anch’io una violenza su di lei. Il giudizio morale è così evidente che non ho bisogno di esplicitarlo, lascio che sia il lettore a trarre le sue conseguenze dai fatti.
AB - È stato difficile inventare un personaggio come Abigail?
CA - La difficoltà di scrivere un libro come questo sta nel fatto che a volte devi lasciare che un personaggio prenda una decisione che è fuori dal controllo dello scrittore. Scrivere un buon libro significa che io, che sono contrario all’omicidio, posso creare un personaggio che ama uccidere e far credere a te, lettore, che si possa provare piacere nell’uccidere, anche se non è ciò che io, Chris Abani, penso.
AB - Non deve essere facile nemmeno entrare nei pensieri di una giovane donna...
CA - Ho "studiato" molto le donne. Per tutta la vista ho visto donne sacrificarsi per amore degli uomini. Anche mia madre. Quando ho iniziato a guadagnare bene come scrittore, volevo regalare a mia madre dei gioielli, e lei mi ha detto :”No, usa il denaro per qualcos’altro, compra qualcosa per te”. Le donne negano se stesse a favore di quelli che stanno loro intorno. È una cosa che mi affascina e mi disturba al tempo stesso, così come il fatto che tutti danno per scontato che le donne debbano essere così.
AB - Diresti che Abigail è un libro senza speranze?
CA - Ti sembra che Abigail sia senza speranze? Tutto il libro è in funzione della sua scelta, della sua decisione. Una decisione lucida, senza isterismo. Il messaggio che trasmette è che il mondo è come noi decidiamo di farlo. Noi possiamo cambiare il mondo semplicemente cambiando le parole con cui lo descriviamo. Capisco che in un paese cattolico questo possa essere difficile da dire; sono stato in seminario, ho studiato per diventare prete. So che il peccato originale è donna. Il corpo delle donne è sempre descritto in termini negativi. Ma anche la letteratura horror è piena di figure femminili negative, impure. Quello che ho fatto è stato dare ad Abigail la dignità di decidere per se stessa.
AB - La prima volta che ho letto il tuo nome ho pensato che fossi un italo-americano.
CA - Beh, potrei esserlo, chi lo sa? Se facessimo un test del DNA alla popolazione mondiale, probabilmente avremmo molte sorprese. La storia del mondo è piena di migrazioni.
AB - Tu descrivi una realtà problematica. Esiste una soluzione per venirne capo?
CA - Se lo sapessi sarei un consulente del governo e guadagnerei miliardi. Ma come scrittore, la mia missione è creare personaggi come Abigail. Se ti dico che diecimila persone sono morte in una guerra, probabilmente non provi nulla. Ma se riesco a creare un legame tra te e una di queste persone, se riesco a fartela piacere, allora questa cosa diventa reale. In questo modo ti sensibilizzo. Non credo che il mondo cambi in modo immediato e grandioso, ma credo nei piccoli cambiamenti. Credo nel far capire alle persone che qualcosa possa cambiare, a poco a poco, nel modo di pensare e di intendere l’umanità.
AB - A cosa credi?
CA - Credo a molte cose. Credo che ogni volta che la gente si pone domande difficili, la risposta dei governi sia quella di offrire dei beni da consumare. Sì, credo che il consumismo sia un modo per anestetizzarci. Credo che le persone non siano intrinsecamente buone, e che le persone veramente buone sono quelle che non hanno nulla ma cambiano il mondo in silenzio. Credo che le donne non siano considerate pienamente umane: viviamo in un mondo che considera le donne inferiori, e questa percezione va cambiata non attraverso le quote rosa, ma modificando la considerazione che abbiamo delle donne nella vita quotidiana. E sono un ottimista: scrivo poesie, bevo tè, non posso non credere nella possibilità di un cambiamento. Credo che bisogna essere ottimisti, ma non sentimentali. Che bisogno guardare al mondo oggettivamente. Come diceva un mio insegnante, la pace nel mondo non esiste, ma io vivo come se il mondo fosse in pace.
AB - E le prospettive?
CA - Per la prima volta, grazie a internet, c’è una possibilità di interconnessione globale. Non solo nel ricco occidente, ma ovunque. Questa è la miglior prospettiva che abbiamo, oggi: quella della comunicazione globale.
AB - A cosa stai lavorando adesso?
CA - Sto scrivendo un nuovo romanzo ambientato a Las Vegas, a proposito una coppia di gemelli siamesi, Fuoco e Acqua. Uno dei due si innamora, così l’altro decide di sacrificarsi per permettere al gemello di vivere la sua storia d’amore. Questa è la premessa.
Secondo me Abani è un autore che meriterebbe di essere conosciuto meglio, sia per le opere narrative che per le poesie. Credo che non gli giovi essere spesso considerato "solo" uno scrittore postcoloniale o un autore nigeriano, quasi confinandolo in un recinto che non gli appartiene. Da questo punto di vista, direi che calza a pennello la frase di Bessie Head che ha scelto di mettere in esergo al suo romanzo GraceLand: “Che lui fosse africano sembrava quasi un fatto accidentale”.
Anche il suo ultimo libro, Song for Night, è semplicemente bellissimo.
Mi piace molto il rispetto e la considerazione che ha delle donne. Non lo conosco come scrittore, ma mi colpisce la sua profondità d'animo. Ida
alle 19:47
Laura
Be', testimonianza un po' di parte, confesso: di Abani ho tradotto GraceLand, e lo adoro ;-)
grazie per la visita