Il blog del mistero
Steve Mosby
50/50 killer
Nord
Pagine 384
Prezzo 18,60
Il ritrovamento di un cadavere torturato e sfigurato lascia presagire il ritorno del 50/50 killer. Dopo due anni di silenzio, l'assassino che ha portato John Mercer sull'orlo della depressione è tornato in attività. Il 50/50 killer ha un modus operandi agghiacciante: prende di mira una coppia, ne studia la vita, poi li sequestra, li tortura e "lascia scegliere" ai due chi dovrà vivere e chi dovrà morire.
Mark Nelson è stato scelto per entrare nella squadra di John Mercer. È giovane, al suo primo giorno di lavoro, eppure sa cosa significa lottare contro un fantasma interiore che influenza ogni pensiero, ogni azione. Quindi è l’unico che può capire sino in fondo la determinazione di Mercer a catturare il 50/50 killer. Ma è sulla strada giusta oppure è caduto vittima di un tragico abbaglio?
Tre uomini in gioco. Due giorni di tempo. E un’unica domanda: sareste davvero pronti a sacrificare la vostra vita per salvare la persona che amate?
Ne ho parlato con Steve Mosby, l'autore (ringrazio Elena Cristiano per la foto).
AB - Steve, la prima cosa evidente di 50/50 killer è che non ha un’ambientazione geografica definita. Come mai?
SM - Vero, è una scelta precisa. So che molti scrittori – penso a Ian Rankin, che scrive di Edimburgo – ambientano le loro storie in una città specifica. Ma le mie storie riguardano non tanto il sociale quanto il personale, la psicologia dei personaggi. Quindi preferisco inventare un’ambientazione per la storia, piuttosto che essere vincolato a un luogo reale e determinato. Per esempio in 50/50 killer c’è un bosco che non esiste realmente da nessuna parte nel Regno Unito, ma dà l’idea che siamo in una fiaba spaventosa.
AB - Come mai hai deciso di scrivere thriller?
SM - Fondamentalmente credo che si scriva ciò che si vorrebbe leggere. Io ho scritto per anni e ho cercato di essere pubblicato per almeno 10, 15 anni. Ho iniziato a scrivere storie horror intrise di elementi di fantascienza. Quando ho dato a un agente il mio primo manoscritto, The third person, abbiamo cercato di definire cosa fosse, e alla fine è stato etichettato come “crime fiction”. E da quel momento in poi sono diventato uno scrittore di “crime fiction”. Ma va benissimo, è un genere che lascia aperte infinite possibilità.
AB - Quali sono i tuoi autori preferiti?
SM - Tra gli inglesi Michael Marshall, Christopher Priest... Ma leggo qualunque cosa sia buona, sia nel genere crime che altro.
AB - Come ti sei documentato per scrivere 50/50 killer?
SM - In realtà non mi sono documentato. Tendo a cercare di essere credibile, più che accurato. Quindi non mi sono molto informato sulle procedure (non si nota, giuro n.d.b.). Per quanto riguarda l’equipaggiamento tecnologico, ho inventato tutto. Mi interessa che il lettore pensi che potrebbe essere così, che potrebbe succedere.
AB - C’è una morale nel tuo romanzo, o una sorta di giudizio morale nei confronti del serial killer?
SM - Penso che un thriller debba prima di tutto intrattenere, anche se in questo caso lo fa in maniera un po’ disturbante, spiazzante. Non c’è una morale nel senso che alla fine del libro non c’è un happy ending. Se di morale si può parlare, il senso di 50/50 killer è quello di far pensare sul fatto che una relazione speciale può essere molto tenue. Che a volte le cose vanno male e puoi perfino decidere di allontanarti da qualcuno che pensavi fosse molto importante. Lottiamo per tenere in piedi una relazione, pensando che staremo con quella persona per sempre, ma a volte le cose cambiano.
AB - L'altra cosa che ho notato è che non conosciamo - nemmeno alla fine - le motivazioni del killer.
SM - È vero. Nella prima bozza c’erano delle spiegazioni, ma poi, d’accordo con l’editore, abbiamo deciso di toglierle perché alla fine la cosa importante non è sapere perché il killer agisce in quel modo, ma piuttosto il modo in cui agisce. La maschera da diavolo che indossa, il fatto che entra nella vita delle persone e le distrugge, in maniera del tutto inaspettata, con un impatto simile a quello che può avere un incidente. Una sorta di forza della natura che arriva all’improvviso e ti costringe a cambiare vita. Era questo l’aspetto più interessante, indipendentemente dal motivo per cui accade.
AB - Dove e quando scrivi?
SM - Dipende: nello stadio iniziale del libro tendo a essere molto rilassato: penso, prendo appunti... Verso la fine lavoro anche nove ore al giorno tutti i giorni. Lavoro meglio quando sono sotto pressione.
AB - Tu e le nuove tecnologie: hai un blog, una pagina su MySpace... Quanto sono importanti per promuovere i tuoi libri?
SM - Sono molto importanti. Il blog è fondamentale. C’è il mio indirizzo email, sopra, e la gente può scrivermi – anche per dirmi che il libro non è piaciuto! Mi piace rispondere alle email. E mi piace anche leggere i blog di altri scrittori, sapere cosa stanno facendo, come lavorano. Trovo che sia molto importante, oggi come oggi, dare ai lettori la possibilità di sentirsi coinvolti, in contatto con gli autori.
AB - C’è qualcosa di personale in 50/50killer?
SM - C’è sempre qualcosa di personale, in un libro. La cosa più reale è certamente l’incidente in mare: quando avevo circa vent’anni ho rischiato di annegare insieme a una mia ex fidanzata. Entrambi ci siamo salvati, ovviamente, ma ripensando a quell’episodio ho riflettuto su situazioni simili, nelle quali sei costretto ad affrontare una realtà sgradevole, come scoprire di essere più egoista di quanto pensi.
AB - Nel tuo libro c’è molta violenza, così come nella società. Come mai, secondo te?
SM - Io penso che la maggior parte dei crimini nasca da emozioni elementari che però tendiamo a reprimere: avidità, movente sessuale, insicurezza cronica. Sentimenti molto comuni, normalmente tenuti a bada dalla morale, che a volte esplodono. Sono interessato alla violenza e al lato oscuro delle cose, mi piace che i personaggi dei miei libri si trovino in situazioni emotivamente complesse. Anche se in realtà non ci sono molti omicidi nel libro, confrontato con altri – solo tre.
AB - Quattro, per la precisione... Ma non diciamo chi per chi lo leggerà... (In realtà contando insieme ne sono venuti fuori almeno altri due, n.d.b.). Questo è il tuo terzo libro. È uno stand-alone o ci sarà un seguito con gli stessi protagonisti?
SM - Non credo che ci sarà un seguito, ma “mai dire mai”. Certamente non nel breve periodo. Tutti i protagonisti di 50/50 killer trovano una sorta di chiusura alla fine del libro, per cui credo che li lascerò dove stanno e inventerò nuovi personaggi per le prossime storie.
AB - Su cosa stai lavorando adesso?
SM - Adesso sto scrivendo un altro libro. Un altro thriller psicologico, con un’ atmosfera simile. Ci sarà un altro serial killer che fa delle cose orribili. Ma non posso dire di più.