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Intervista a Jeffery Deaver

Martedì 31 Gennaio 2006, 18:56 in Conversazioni di

In occasione dell'uscita di Sotto terra (v. scheda sotto) ho fatto qualche domanda a Jeffery Deaver, autore di culto, persona estremamente gradevole e alla mano, professionista esemplare (e, se non si fosse capito, uno dei miei autori preferiti).

Deaver(Nella foto, Jeffery Deaver al NoirFest)

AB - Qual è la differenza tra avere un personaggio fisso e avere un personaggio seriale?
JD -
È un approccio differente, quello tra la scrittura di libri seriali e gli stand-alone. Ognuno dei due ha vantaggi e svantaggi.
Con una serie, non sei costretto ogni volta a inventare la ruota. Voglio dire che il personaggio principale è già strutturato dai libri precedenti e quindi puoi concentrarti meglio sulla storia. D’altra parte, non devi perderti alcun dettaglio: ad esempio se il personaggio è mancino, deve esserlo sempre, perché i lettori sono molto attenti a questo tipo di cose.
Invece i romanzi stand-alone funzionano meglio se sei un narratore. Ti danno la possibilità di sperimentare, di creare. D’altra parte, i fan si affezionano ai personaggi seriali e li “premiano” in termini di vendite. Ad esempio il romanzo Il giardino delle belve ha avuto una riuscita migliore in Europa che negli USA. In USA i lettori vogliono vedere Lyncoln Rhyme, in Europa hanno rispetto per il mio nome, indipendente dal protagonista. Quindi non preoccupatevi, continuerò a scrivere di Lyncoln Rhyme anche perché devo pagare il mutuo!

AB - Il successo del film Il collezionista di ossa ha incrementato il successo dei libri. In che modo questo ha influito sulla scrittura dei libri successivi?
JD -
L’impatto è stato determinante nel senso che il film ha aperto la porta a molti lettori, più di quanti ne avrei avuti se il film non ci fosse stato. Amo molto il cinema e a volte lavoro per Hollywood. Però film e libri sono due cose completamente diverse, sono come mele e arance. Nel film, Lyncoln Rhyme ha un bel loft a Manhattan; nel libro ha un piccolo appartamento a Central Park: e i lettori non hanno mancato di farmelo notare. Per tacere del fatto che nel film Lyncoln Rhyme è interpretato da Denzel Washington, mentre nei libri è un bianco (come ho detto chiaramente nell’ultimo libro, La dodicesima carta). Sono certamente stato influenzato dai film nella scrittura dei miei libri, tanto quanto dalla letteratura. Il marchio di fabbrica dei miei libri è nel cinema. I twists and turns, lo svolgimento in un arco temporale breve, le descrizioni molto dettagliate… sono tutti elementi tipici del cinema. A volte mi chiedono come ho potuto permettere che un mio libro diventasse un film. La risposta è che ti danno un sacco di soldi per farlo. A volte capita che il film non sia bello come il libro, ma non è un grosso problema: alla fin fine, il libro rimane, non finisce con il film!

AB - La dodicesima carta parla del passato. Il libro che verrà pubblicato a gennaio, Sotto terra, invece, è uno dei primi libri pubblicati da Deaver. Un autore completamente diverso, diverso protagonista, diverso set.
JD - Per quanto riguarda La dodicesima carta: il mio lavoro è divertire. Se vuoi mandare messaggi, manda un telegramma. Io vi metto sulle montagne russe e vi conduco, al sicuro, attraverso un turbine di emozioni fino al finale. Magari dopo aver perso un po’ di notti di sonno. Quindi, niente messaggi. Però le migliori storie del mondo sono assolutamente inutili se non hanno una sostanza. Ecco perché ne La dodicesima carta c’è anche il tema dei rapporti razziali, un tema che infiamma gli animi. Ci sono scene del 1860, dove si vede un ex schiavo molto coinvolto nel movimento per i diritti civili che seguì la guerra civile. La sfida, per me molto stimolante, è stata quella di ideare una storia ambientata nel passato e incorporarla in una storia ambientata nel presente.
Parlando del passato, in occasione della pubblicazione di Sotto terra voglio dire che è stato scritto 15 anni fa e 4 anni fa. Mi spiego. La scrittura è un talento: per qualcuno è inspiration, per me è perspiration. Quando mi hanno proposto di ripubblicare dei miei vecchi libri, ho accettato a condizione che potessi rivisitarli sulla base dell’esperienza che ho acquistato in questi anni e sulla base di quelle che sono le aspettative dei lettori.

AB - Qual è la grossa differenza che hai trovato nei vecchi libri?
JD - Non c’era niente di particolarmente sbagliato. C’è una frase di Mickey Spillane che dice: “La gente legge libri non per arrivare a metà, ma per arrivare alla fine”. Per esempio ho trovato diverse digressioni, “osservazioni intelligenti”, che non erano funzionali alla trama. In una scena, uno dei protagonisti apre un libro esattamente alla pagina giusta, quella che gli dà l’ispirazione per trovare la soluzione: è un espediente troppo artificioso. I libri che costruisco adesso sono diversi, hanno una struttura molto più solida. Prima di iniziare la fase di scrittura vera e propria ho già elaborato uno schema molto solido che contiene ogni dettaglio, dai personaggi alle azioni dagli indizi allo scioglimento finale. Nei primi libri l’impianto non era così solido.

AB - Si è molto parlato di libri che nascono già “tagliati” per il cinema. Sta pensando di farne altri, dopo Il collezionista di ossa?
JD - La maggior parte del lavoro che ho fatto ultimamente riguarda la televisione. Gli schermi che abbiamo oggi in casa sono grandi quasi quanto quelli dei multisala, quindi il pregiudizio nei confronti del piccolo schermo oggi è ormai scomparso quasi del tutto. Attualmente ho molti progetti televisivi. Uno con Lyncoln Rhyme a New York, un altro ambientato in California, con un diverso protagonista. Ah, e ho in mente una serie, si chiama Desperate Criminals (scherza su Desperate Housewives, la popolarissima serie tv, n.d.b.).

AB - Quello che colpisce, nei tuoi libri, è la figura dell’antagonista, scaltro e intelligente.
JD - Quando si hanno dei personaggi che si lasciano vivere dalla storia, i lettori vengono coinvolti più facilmente. Io adoro i cattivi dei miei libri, è la cosa che mi diverte di più scrivere.
Sicuramente non vorreste essere nei panni dell’idraulico che deve venire a casa mia tra mezzogiorno e le cinque del pomeriggio e non si presenta: il cattivo del libro successivo avrà sicuramente il suo nome.
Spesso, in alcuni libri, i cattivi sono delle caricature; io invece credo che il cattivo di turno debba avere degli obiettivi, degli scopi, una personalità. Il lettore non vuole che il cattivo vinca, ma sicuramente vuole che ci provi con tutte le sue forze. Così possiamo tifare per l’eroe fino a quando non prende il sopravvento.

AB - Sei cattivo?
JD - Sembro cattivo? In realtà sono un po’ scettico sul dividere radicalmente il mondo in buoni e cattivi: in tutti noi ci sono delle sfumature. Però non è difficile entrare nella mentalità dei cattivi, e non capisco quelli che dicono che è difficilissimo e defatigante essere il cattivo, e che ci vuole molta concentrazione. Io lavoro molto di fantasia. E così quando scrivo la mattina vesto i panni dell’eroe, il pomeriggio impersono il cattivo, poi la sera vado a bere una birra e mi passa tutto.

AB - I personaggi dei tuoi libri sono spesso dei borderline: come li costruisci?
JD
- Io sono un ingegnere che costruisce montagne russe. Passo molto tempo con la Polizia e l’FBI – come osservatore, ci tengo a precisarlo. La maggior parte dei crimini sono perpetrati da ragazzi ubriachi o drogati che hanno esagerato e spaccano una vetrina o aggrediscono qualcuno. I miei criminali non sono così. Io creo cattivi elaborati, che divertono i lettori. I miei personaggi tendono a essere più tipo Hannibal, quindi più “fictional”. Anche se, diciamolo, a volte anche nella realtà esistono mostri così.

**

 

Sotto_terraJeffery Deaver
Sotto terra
Sonzogno

Pagine 384
Prezzo 12,00 euro
Genere: thriller

 

Un Deaver diverso, ma non meno sorprendente: una straordinaria cura delle ambientazioni, delle atmosfere e della caratterizzazione dei personaggi in un intreccio giallo impeccabile come sempre.
John Pellam è un “location scout”: cioè gira l’America in camper per conto di una casa di produzione cinematografica alla ricerca dei luoghi più adatti per i nuovi film. Accompagnato dal suo assistente Marty, giunge a Cleary, un’anonima cittadina dello Stato di New York, che potrebbe diventare il set di Sotto terra, un soggetto di cui lo stesso Pellam è autore. Ma, subito dopo l’arrivo, si verificano alcuni fatti inquietanti: il camper viene fatto oggetto di piccoli atti di teppismo, John, investito da una sbadata donna al volante, finisce in ospedale e, proprio mentre è ricoverato, Marty muore nella misteriosa esplosione dell’auto che aveva appena noleggiato. La polizia, compiuta una frettolosa indagine, vorrebbe liquidare il caso come un tragico incidente, ma Pellam è deciso ad andare fino in fondo…
John Pellam è protagonista di altri due romanzi, che verranno pubblicati nel gennaio 2007 e 2008.

5
5 commenti
5
06 Nov 2009
alle 14:57

Sergio Rufo

Merlau Ponty, filosofo francese, scrisse che la percezione di se stessi o dell'altro nasce innanzitutto dal corpo. La presenza del corpo e della corporeita' e' la base della conoscenza del mondo e dell'esperienza che ne possiamo fare. Deaver, autore che non amo, ha scritto un bellissimo romanzo: Profondo blu. Romanzo imperniato sulle vicende di un serial killer che adesca le sue vittime in internet, Profondo Blu si presenta come un romanzo non solo avvincente ma persino attuale. Il mondo di oggi e' il mondo di internet: il mondo della virtualita', dell'assenza della corporeita', dell'anonimato come maschera. La comunicazione massimamente libera della conoscenza ( come professavano i veri hacker - leggasi L'arte dell'inganno di Mitnick) ha dovuto pagare un prezzo altissimo: a posto della presenza ci ritroviamo l'assenza dell'interlocutore. Un " altro" da noi stessi non definito, non determinato - o se lo e'- lo e' nella misura che l'altro ci concede. Da qui lo sviluppo dell'ingegneria sociale: internet, in fondo, e' come carpire informazioni subdolamente ad insaputa dell'altro e i motori di ricerca si trasformano spesso in indagini. Non su una nozione ma bensi' a volte su una persona. E' una cosa ben triste questa, rispetto alla conoscenza diretta davanti a un camino in una trattoria di montagna. Il serial killer di Deaver , il solito strumento per reggere il canovaccio della storia raccontata ( o del thriller) puo' essere benissimo inteso in altro modo: e' internet stesso a diventare seriale nella nostra vita. Non riusciamo piu' a rinunciarci e non rinunciandoci ci si allontana sempre di piu' da un certo tipo di esperienza trasformandoci in " sorprese" uno con l'altro. E come nel romanzo di Deaver quelle donne avevano amare e tragiche sorprese finira', per molti, che alla fine del vagabondaggio internettiano non sapranno piu' riconoscersi: non solo con l'altro, ma bensi' con se stessi. Sta gia' succedendo. Il romanzo di Deaver e' un romanzo che consiglierei di sicuro a patto che diventi pretesto per pensare cosa sia internet nella nosta vita. 

4
03 Ott 2007
alle 13:29

AngoloNero

I agree :)

3
02 Ott 2007
alle 22:32

Cherrybit

deaver best thriller writer ever in history

2
01 Feb 2006
alle 21:57

AngoloNero

assolutamente, sì :)

1
01 Feb 2006
alle 10:27

Terra di Mezzo®

E' troppo un grande :D

TdM®

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